L'Unione Sovietica aveva una sua idea su come scatenare una guerra nucleare in Europa senza riportare troppi danni. Anzi, in teoria, rimanendo intatta. Così la pensava Leonid Breznev in un momento critico della Guerra Fredda, la fine degli anni Settanta.

Svelati i piani nucleari sovietici per radere al suolo l'Europa
di ALBERTO PASOLINI ZANELLI

L'Urss aveva firmato con gli Usa un trattato in cui le superpotenze si impegnavano a non tirarsi addosso per prime i missili intercontinentali; e l'aveva aggirato inventando i "missili di teatro": quelli che avrebbero dovuto essere lanciati su una parte dell'Europa senza colpire l'America e dunque, così si sperava al Cremlino, senza scatenare la rappresaglia. Lo sapevamo a grandi linee ma adesso conosciamo anche i dettagli, che appaiono per molti versi sinistri. Lo dobbiamo al governo polacco, erede e depositario dei documenti segreti del defunto Patto di Varsavia e che ha ora deciso di renderli noti. Il piano di guerra in questione ha una data: 1979, contiene tutti i dettagli di tecnica militare e ha allegata, fra l'altro, una mappa che mostra dove precisamente si sarebbe dovuta combattere la Terza guerra mondiale, primo conflitto nucleare nella Storia. Non è un piano difensivo, anche se porta il nome "politicamente corretto" di "contrattacco" e prevede attacchi nucleari contro una dozzina di città e tre Paesi dell'Europa centrale: tre membri della Nato, uno del Patto di Varsavia. Le atomiche dovevano essere scagliate contro Bonn, Colonia e Monaco in Germania, Bruxelles e Anversa in Belgio e la principale città olandese,Amsterdam. Era previsto che la reazione della Nato colpisse con effetti gravemente distruttivi unicamente la Polonia. Il conflitto doveva essere limitato all'Europa centrale. Nessun missile avrebbe dovuto colpire il suolo sovietico. Sarebbero state risparmiate, in Occidente, l'Italia, appartenente a un'altra area geografica, ma anche la Gran Bretagna e la Francia in quanto entrambe possedevano e possiedono l'arma nucleare. Nello svelare il piano, il ministro della Difesa di Varsavia, Radoslaw Sikorski, ha dato sfogo a tutta la propria indignazione:
- Questa era la funzione del nostro Paese nell'alleanza fraterna fra le potenze socialiste. Ci si chiedeva di partecipare a una operazione che avrebbe comportato l'annientamento nucleare del nostro Paese. Un fatto che emoziona, indigna e fa paura. Ed è prezioso per far capire ai nostri connazionali il modo in cui il nostro Paese era trattato e considerato negli anni della sua sudditanza all'Urss. -
Il piano non fu mai messo in opera per merito della pronta reazione dell'Occidente: l'America impiantò gli "euromissili", che avrebbero potuto colpire l'Urss e quindi ristabilirono l'unità strategica della Nato e l'equilibrio, che avrebbe portato più tardi al crollo del sistema sovietico. La rivelazione è uno dei primi gesti del nuovo governo polacco uscito dalle elezioni che hanno visto il trionfo della destra. Ma già prima le relazioni fra Mosca e Varsavia erano tese. Il programma elettorale del presidente, Lech Kaczynski, e del suo partito, che ha formato il governo, conteneva l'impegno a chiarire la storia della Polonia durante il regime comunista, ad avviare le inchieste, anche penali, contro gli esponenti del sistema totalitario e a riaprire gli archivi di Stato. La pubblicazione del piano di guerra nucleare si inquadra in questa scelta politica. Varsavia è la capitale del primo Paese che si ribellò contro l'Impero comunista, ma negli ultimi anni i governi socialisti avevano cercato di dimenticare e far dimenticare, come dimostra anche il trattamento di riguardo riservato al generale Wojciech Jaruzelski, già capo del Partito comunista e autore del colpo di Stato che nel 1981 cercò di schiacciare l'opposizione. Il cambio di clima a Varsavia si è già riflesso in un ulteriore gelo nei rapporti con Mosca, con uno scambio di gesti e di dispetti, il penultimo dei quali da parte di Vladimir Putin, che ha definitivamente cancellato dal calendario la data e la festa della Rivoluzione di Ottobre (che fino a quest'anno si celebrava il 7 novembre) ma per sostituirla con una festa nazionale il 4 novembre a commemorazione della "liberazione di Mosca dall'occupazione polacca". La data del 1612, ricordata nei manuali come l'inizio del Risorgimento russo dopo gli "evi bui". La cacciata degli occupanti mise fine al caos mediante l'installazione della dinastia dei Romanov, e molti vedono nel decreto di Putin una sua identificazione con gli zar riunificatori della Russia.

Fonte: http://www.ilgiornale.it

 

 

VARSAVIA - Che esistesse un piano d'attacco dei paesi del Patto di Varsavia contro l'Europa libera durante il periodo della guerra fredda è cosa nota: ma venerdi, il nuovo governo conservatore della Polonia ha mostrato dettagliatamente il piano pubblicando una mappa nella quale sono mostrati i punti dell'Europa Occidentale che sarebbero stati colpiti dai missili atomici sovietici.
DISTENSIONE - La mappa fu disegnata poco più di 25 anni fa, nel 1979, quanto il presidente degli Usa Jimmy Carter e quello sovietico Leonid Brezhnev formalmente parlavano di distensione, ma nello stesso tempo preparavano piani e operazioni di guerra. La mappa mostra anche che il piano sarebbe scattato solo come risposta ad un attacco della Nato.
OCCIDENTE - In alcuni punti della mappa appaiono diverse nuvole rosse sotto forma di funghi che indicano i luoghi dove sarebbero stati scagliati i missili atomici: i paesi colpiti dovevano essere la Germania Ovest, l'Olanda, la Danimarca e il Belgio, naturalmente solo se la Nato avesse colpito per prima. L'atomica sarebbe stata scagliata sulla capitale della Germania dell'Ovest, Bonn e su altre città chiave della Germania Occidentale, come i centri finanziari di Francoforte,Colonia, Stoccarda, Monaco e anche sul porto di Amburgo, considerato strategicamente determinante. I missili poi avrebbero colpito anche Bruxelles, il quartiere generale della Nato.
NATO - Inoltre sulla mappa compaiono delle nuvole blu a forma di fungo che segnalano i prevedibili punti del blocco sovietico che sarebbero stati attaccati dalla Nato: oltre alle città sovietiche più importanti, le segnalazioni sono poste sulle capitali Varsavia e Praga. La Francia sarebbe stata risparmiata perché in quel momento storico era fuori dalla Nato e incredibilmente anche la Gran Bretagna, cuore dell'Alleanza Atlantica, non compare negli obiettivi: Mosca voleva delimitare il suo campo di battaglia alle rive del Reno e il suo primo obiettivo era avanzare nel territorio tedesco.
SEVEN DAYS - L'operazione, intitolata «Seven Days to the River Rhine», Sette giorni verso il Reno, indica che i paesi del patto di Varsavia puntassero di raggiungere i confini franco-tedeschi in una settimana. Il ministro della difesa polacco, dopo aver annunciato la pubblicazione di .1700 pagine relative ai piani dei paesi del Patto di Varsavia ha sottolineato: «Ciò è cruciale per far comprendere al paese che la Polonia era un alleato riluttante dell'Urss durante la guerra fredda. La mappa mostra che l'esercito polacco sarebbe stato usato per partecipare ad un operazione che avrebbe potuto causare la distruzione totale del nostro paese».
GUERRA FREDDA - A difendere la mappa si schiera Waldemar Wojcik, comandante in capo dell'Accademia Militare polacca ai tempi della guerra fredda: «Questa era un'operazione che si sarebbe portata avanti solo dopo un attacco della Nato. La dottrina comune nei paesi del Patto di Varsavia era che bisognava perseguire la pace». Inoltre l'ex comandante aggiunge: «Ho visitato il Pentagono nel 2001 e al tempo mi furono mostrate delle mappe che rispecchiavano totalmente quest'ultima».

Francesco Tortora

Fonte: http://www.colligite.net

 


 

Erano pronti a spazzare via l' Europa con una pioggia di bombe atomiche in nome della vittoria del «socialismo reale» da Lisbona agli Urali. Erano disposti a usare l' arma nucleare anche sul loro territorio. Rischiarono una guerra mondiale pur di eliminare «il rinnegato Dubcek», il comunista riformatore al potere a Praga. I mostri del ventesimo secolo erano i capi delle dittature comuniste al potere al Cremlino e negli allora paesi satelliti di Mosca nell' Europa centro-orientale. I millesettecento dossier segreti del Patto di Varsavia (l' alleanza militare comunista) ora racconteranno tutto. Il nuovo governo nazional-conservatore polacco ha deciso di aprire agli storici gli archivi segreti dell' ex blocco sovietico. La Polonia accetta quindi il rischio di una grave crisi con la Russia di Putin in nome della verità sul passato tragico dell' altra Europa. E il tema potrebbe forse emergere nell' imminente visita della Cancelliera tedesca Angela Merkel. «Questi documenti sono di un' importanza cruciale, per far capire al pubblico d' oggi come la Polonia fu costretta a essere suo malgrado alleato dell' Urss durante la guerra fredda, e come rischiò milioni di morti a causa dei piani di guerra del Patto di Varsavia», ha detto il nuovo ministro della Difesa, Radoslaw Sikorski. Ha mostrato ai giornalisti una mappa agghiacciante, tratta da un war-game studiato a tavolino da marescialli, generali e ammiragli del blocco comunista per le loro manovre militari. Una mappa in cui l' Europa occidentale, centrale e orientale non esiste più: città e monumenti, strade e ferrovie, sono state spazzate via dalle «forze del campo progressista mondiale» a colpi di "megaton" con la stella rossa. «Ufficialmente», ha spiegato Sikorski, «il war-game ipotizzava un contrattacco, perché sul piano formale il cosiddetto campo socialista amante della pace non avrebbe mai scatenato per primo una guerra». Era un pretesto di facciata: il Patto di Varsavia aveva quattro volte più carri armati, cinque volte più soldati, tre volte più aerei, e quasi quattro volte più atomiche rispetto alla Nato. I piani d' attacco in massa preventivo c' erano eccome, seppur negati. I precisissimi missili mobili a testata multipla sovietici Ss-20, nascosti su rampe motorizzate quasi invisibili anche ai satelliti-spia Usa, avrebbero lanciato il primo attacco devastante da 4-5.000km di distanza. Le loro ogive (ogni Ss-20 ne aveva tre) avevano una tale precisione da rischiare di mancare il bersaglio al massimo di 150 metri, spazio risibile per un' atomica. Avrebbero colpito a sei-otto minuti dal lancio. Poi sarebbero venuti i più piccoli, ma sempre micidiali Ss 21, 22 e 23. Poi le migliaia di atomiche tattiche e medie lanciate dai bombardieri Sukhoi 24 e Tupolev 22 della Vvs, l' aviazione russa, poi i missili sparati in immersione dagli U-Boot della Voenno-Morskoj Flot dal Baltico, dal Mediterraneo e dal Mare del Nord, infine le atomiche dell' artiglieria pesante dell' Armata rossa. Il risultato del «contrattacco del pacifico campo socialista», nella mappa segreta pubblicata a Varsavia, è un apocalittico "Day after": l' Olanda non esiste più, città d' arte e industrie sono rase al suolo, le dighe sono distrutte, il mare ha annegato milioni di civili. Del Belgio resta un cumulo di macerie fumanti, non una città è rimasta in piedi. In Francia, Strasburgo, Metz e Nancy sono in cenere, e i missili sovietici sono caduti anche, di proposito, sui 59 reattori nucleari francesi. In Germania è peggio che mai: persino le distruzioni del 1945 sono un dolce ricordo. Dalla ricca, allegra Colonia al territorio della Ruhr, da Hannover a Kassel, non è più sopravvissuto alcun edificio sotto la foresta di funghi atomici del blocco orientale. Bonn e Aquisgrana sono solo espressioni geografiche per un deserto, Francoforte ha visto i suoi grattacieli spazzati via in pochi secondi. La strategia malcelata dell' attacco preventivo è chiarissima. L' obiettivo è palese: vittoria totale, dall' Atlantico agli Urali. «Ma a tal fine», dicono i funzionari del Mon, il Ministero Della Difesa polacco, «Il Patto di Varsavia era pronto anche a usare le atomiche sul suo territorio». Contro improbabili puntate delle forze del Patto Atlantico, o contro rivolte della popolazione o del dissenso democratico. «In base ai piani dei dossier segreti, la Polonia avrebbe dovuto subire la morte di almeno due milioni di civili», spiega il ministro Sikorski. Su un altro dramma del dopoguerra, i dossier segreti dell' Est promettono rivelazioni: quella calda estate del 1968, quando dittatori e generali del Patto di Varsavia decisero di schierarsi con l' Urss di Breznev. Lanciarono insieme a lui l' invasione della Cecoslovacchia. Schiacciarono nel sangue l' ultimo, il più pacifico e più moderno esperimento di riforma dall' interno del socialismo reale. Le rivelazioni potrebbero essere imbarazzanti anche per l' ex presidente polacco, generale Wojciech Jaruzelski. Sia sull' invasione a Praga, quanto sulla proclamazione della legge marziale, il Putsch con cui Jaruzelski nel dicembre 1981 tentò invano di stroncare la rivoluzione democratica di Solidarnosc. Il generale si difese sempre sostenendo di aver agito per risparmiare alla Polonia una sanguinosa invasione sovietica.

Andrea Tarquini

Fonte: https://ricerca.repubblica.it




LA GUERRA IN EUROPA NEI DOCUMENTI DEL PATTO DI VARSAVIA
Nel suo libro di memorie P. E. Taviani ricorda che è sempre esistito il rischio di una guerra europea. Gli archivi dei Paesi di quello che fu il blocco sovietico confermano. E i documenti ne rivelano le direttive di azione.

IL WAR PLAN DEL 1964.
L’apertura degli archivi dei Paesi facenti parte del Patto di Varsavia ha permesso agli storici di ricostruire le intenzioni sovietiche nei confronti del blocco occidentale. Nel febbraio del 2000, lo storico Petr Lunak scoprì tra le carte custodite presso l’Archivio Militare Centrale di Praga un war plan destinato all’esercito cecoslovacco: il documento, datato 14 ottobre 1964, prevedeva che in seguito al movimento di truppe nelle regioni dell’Europa centrale, valutate come minaccia di un imminente attacco a sorpresa, il nucleo operativo della NATO avrebbe ingaggiato un certo numero delle proprie unità in battaglie di tipo convenzionale sul campo. L’immediato compito da assolvere per l’esercito slovacco era, oltre ad opporre una strenua resistenza, quello di sconfiggere le truppe dall’alleanza atlantica presenti nella parte sud della Repubblica Federale Tedesca. Passata la prima fase dei combattimenti, l’Esercito del Popolo della Cecoslovacchia, dopo aver resistito e, poi, colpito il nemico a Wurzburg, Erlangen e Ratisbona con attacchi nucleari, avrebbe dovuto muoversi verso di Norimberga, Stoccarda e Monaco di Baviera; il piano scandiva precisi tempi di avanzata: alla fine del primo giorno di guerra le truppe cecoslovacche dovevano raggiungere le città di Bayreuth, Ratisbona e Passau. Alla fine del secondo giorno di avanzata, le divisioni del Patto di Varsavia dovevano giungere sino a Hochstadt-Schwabach-Ingolstadt per, infine, alla fine del quarto giorno di attacco giungere a Mosbach, Nurtingen e Memmingen. In tal modo, sconfitte le divisioni della NATO presenti nel sud della Repubblica Federale Tedesca, le truppe del blocco sovietico avrebbero ottenuto il controllo della regione mentre parte delle forze in campo sarebbero state utilizzate per portare l’attacco a Monaco di Baviera. Da questa base si sarebbe dovuta organizzare la decisa avanzata in direzione di Strasburgo, Epinal e Dijion per centrare il duplice obiettivo di sconfiggere tutte le truppe NATO schierate in Germania Ovest e superare la linea di difesa naturale del Reno per giungere, all’ottavo giorno, alla linea di Langres e Besançon per avere la strada spianata sino a Lione.

1965: LA GUERRA IN ITALIA?
A Budapest, all’Archivio di Storia Militare, è stato rinvenuto, invece, il testo di un war game del 1965 riguardante anche le sorti italiane: il documento istruiva gli alti vertici militari ungheresi circa le linee guida di un’esercitazione che fornisce preziosi dettagli su come sarebbe stato impiegato l’esercito ungherese nell’attuazione dei piani elaborati dal Patto di Varsavia per l’attacco da portare all’Europa: le truppe dell’esercito di Budapest dovevano partecipare ad un’operazione offensiva contro quelle atlantiche sul suolo tedesco dopo aver occupato l’Austria e il Nord Italia. Il war game prevedeva che fosse la NATO a portare il primo colpo con un attacco a sorpresa ai Paesi del Patto di Varsavia, nascondendo i propri intenti aggressivi sotto le mentite spoglie di innocue esercitazioni militari. In questo contesto, le truppe del blocco orientale sarebbero state legittimate ad agire in prevenzione di un attacco contro di loro: dopo un primo attacco nucleare, le forze armate ungheresi avrebbero dovuto violare la neutralità dell’Austria e indirizzare la loro azione lungo due direttrici principali: la prima, verso Vienna e la città di Linz; la seconda in direzione di Szombathely, Graz e Villach. L’obiettivo era quello di sconfiggere le truppe austriache, la 2^ divisione tedesca (schierata a difesa del fianco sud della Germania) e il III Corpo d’Armata italiano in modo da giungere al sesto giorno dall’inizio delle operazioni militari a Passau, Salisburgo ed Hermagor eliminando, di fatto, l’Austria dalla guerra. In seguito, l’esercito ungherese avrebbe dovuto concentrare i propri sforzi in direzione di Monaco di Baviera per distruggere le riserve operative NATO nel sud della Repubblica Federale Tedesca e affiancarsi alle truppe cecoslovacche impegnate in quella zona. Entro il tredicesimo giorno di guerra anche la parte Est della Pianura Padana doveva essere colpita e le aree fino a Brescia e Bologna occupate: questa manovra avrebbe creato le premesse per un’offensiva in Italia per, alla stregua dell’Austria, eliminarla dallo scenario di guerra privando così l’alleanza atlantica di importanti basi militari, portuali e aeroportuali di vitale importanza per la conduzione delle operazioni belliche della NATO e il dispiegamento delle truppe in Europa Centrale. Lo scenario appena descritto è confermato da Paolo Emilio Taviani: se la guerra fosse scoppiata, le truppe ungheresi e sovietiche avrebbero realizzato un piano di invasione, violando la neutralità dell’Austria, capace di portarle a Bergamo in quarantotto ore. Da Bergamo avrebbero affrontato la traversata del Po a cui si erano allenate le truppe ungheresi. Le tre direttrici di penetrazione ipotizzate per attuare l’invasione dell’Italia erano quella che passava per Vienna-Klagenfurt-Villach-Udine-Verona; quella che sarebbe dovuta passare per Innsbruck-Bolzano-Verona; infine, quella che da Lubjana avrebbe portato in Italia attraverso la soglia di Gorizia e Trieste e avrebbe permesso alle truppe ungheresi di arrivare sino a Verona.

 LA MINACCIA NEGLI ANNI ’70 E ’80.
Fino alla metà degli anni ottanta l’Unione Sovietica dissanguò le economie dei Paesi del blocco orientale nella preparazione di una aggressione da portare all’Europa occidentale che non si attuò mai, ma che portò il blocco orientale al collasso. Gli anni in questione sono il periodo di maggiore difficoltà per gli Stati Uniti che sono costretti a fare i conti con la dura critica interna di una opinione pubblica che non riesce a superare la sconfitta patita nella lunga e dispendiosa guerra in Vietnam e le vicende dello scandalo Watergate. Leonid Breznev nel 1973, all’apogeo dell’ottimismo sulla convergenza tra le due superpotenze, in un convegno di leader comunisti tenutosi a Praga aveva detto che, come conseguenza diretta dalle distensione, “un cambiamento decisivo nell’equilibrio delle forze sarà tale da permetterci di estendere la nostra volontà dovunque vogliamo”. Il 1977 sembra essere l’anno cruciale: sul piano militare, con il ritorno al potere proprio di Leonid Breznev, le attività dei vertici del Patto di Varsavia si fanno più frenetiche e vengono ripresi in considerazione, rivisti e aggiornati quei piani militari di aggressione all’Europa illustrati poc’anzi. In quest’anno, i sovietici posero le basi per quell’azione definitiva che avrebbe dovuto concretizzare i lunghi e costosi preparativi alla guerra: sfruttando la guerra per i territori dell’Ogaden tra Somalia ed Etiopia, l’URSS riuscì ad avere da quest’ultima le basi di cui abbisognava per il controllo dei traffici marittimi passanti per il Mar Rosso; nella stessa logica legata al controllo strategico dei passaggi del traffico petrolifero rientrava a pieno titolo l’invasione dell’Afghanistan decisa da Mosca nel 1979: la conquista dell’avamposto afgano permetteva all’aviazione sovietica di controllare il Golfo di Oman e il Golfo Persico in modo da interdire alle petroliere occidentali l’accesso ai rifornimenti petroliferi. La pianificazione militare univa le direttive contenute nel war plan del 1964 e nel war game dell’anno successivo cui si aggiunsero le disposizioni per il fronte polacco: una volta che la NATO avesse sferrato il primo colpo, le truppe di Varsavia avrebbero dovuto lanciare un attacco in direzione di Amburgo e della regione dello Schleswing Holstein. Da qui, in un secondo momento avrebbero avanzato sia verso il Nord Europa, verso la Danimarca (che sarebbe diventata la base per un ulteriore attacco alla Norvegia, Paese aderente alla NATO) sia verso il Reno e la Mosella da dove avrebbero, poi, invaso le pianure olandesi e la Bassa Sassonia: come per il fronte meridionale, le operazioni in Nord Europa erano funzionali alla riuscita delle manovre belliche nelle regioni centrali della Germania, dove si sarebbero fronteggiate vis à vis le migliori divisioni a disposizione delle due alleanze militari. L’avanzata in Europa settentrionale si sarebbe dovuta sviluppare lungo tre direttrici: la prima, quella del Mare del Nord, prevedeva la conquista del porto di Brema insieme con quelli strategici posti in territorio olandese e belga con particolare attenzione per il porto di Anversa; la seconda, avrebbe dovuto svilupparsi lungo l’asse Essen-Bruxelles; la terza, invece, passante per Francoforte-Lussemburgo-Metz che avrebbe permesso di portare l’attacco sino a Parigi. Anche nelle zone più a nord dell’Europa furono predisposte alcune piccole operazioni funzionali alle direttive del piano di guerra per la conquista del Vecchio Continente: nella penisola di Kola venne ormeggiata la Flotta del Nord, che in caso di guerra avrebbe avuto lo scopo di intercettare e di bloccare i rinforzi NATO provenienti dalla Scozia e dall’Islanda; le piste di volo presenti in questa zona furono spostate verso ovest per permettere all’aviazione sovietica di essere operativa sui cieli di Copenaghen in circa venti minuti dal decollo; la Finlandia fu costretta ad adeguare le sue reti ferroviarie e stradali a quelle sovietiche per renderle idonee al rapido trasporto di divisioni dalla Russia. Nonostante il piano fosse predisposto sin nei particolari, le operazioni militari pianificate su carta non trovarono concreta attuazione sul campo: i dissidi interni al Patto di Varsavia, le turbolente vicende interne dei Paesi satelliti dell’Unione Sovietica e la “ribellione” di personalità forti come Ceaucescu ai diktat di Mosca resero problematiche alcune operazioni militari che ritardarono l’inizio della guerra. Ma il deterrente maggiore alla decisione sovietica di muovere l’attacco in Europa, che avrebbe portato ad una guerra su scala globale, fu lo sviluppo del progetto Strategic Defense Iniziative, meglio conosciuto come “scudo spaziale”, fortemente voluto da Ronald Reagan e proposto al Congresso per l’approvazione nel 1983: lo Strategic Defense Iniziative si basava su un complesso quanto costoso sistema di basi a terra e nello spazio in grado di individuare e distruggere le testate nucleari avversarie ancora prima che potessero raggiungere l’obiettivo. Anche se questo sistema difensivo non andò oltre la realizzazione di alcuni prototipi contribuì a rivedere i piani di attacco sovietico: lo Strategic Defense Iniziative, infatti, avrebbe permesso ai Paesi della NATO di difendersi dagli attacchi del Patto di Varsavia installando, sul proprio territorio nazionale, basi a terra che avrebbero fatto venire meno la necessità di attendere i rinforzi che, in caso di guerra, sarebbero dovuti arrivare dagli Stati Uniti. Nel maggio del 1987, un documento congiunto dei Paesi firmatari del Patto di Varsavia stabilì che da quel momento la strategia militare sovietica sarebbe stata votata solo alla difesa: con un’alleanza ormai logora al proprio interno e con spese militari che assorbirono gran parte delle risorse dei Paesi, il Comitato Consultivo del Patto orientò l’intero pensiero militare dell’alleanza alla difesa auspicando, inoltre, una riduzione degli armamenti nucleari in Europa ad un livello tale da non consentire le operazioni offensive. Solo in quel momento in Europa la guerra fu scongiurata.

Fonte: http://www.storiaverita.org




Così l'Urss avrebbe attaccato, distrutto e occupato l'Europa occidentale. Emergono i dettagli sui piani d'attacco dell'Armata Rossa: "La bomba atomica su Vienna e Venezia".
dal nostro corrispondente ALBERTO FLORES D'ARCAIS

NEW YORK - "Il Fronte Sudoccidentale prepara segretamente un'operazione offensiva. È fornito di 125 armi atomiche, con una capacità di 6140 chilotoni, comprese cinquanta bombe aviotrasportate. Dopo l'attacco nucleare, mentre il quartier generale lancia altri quindici attacchi atomici colpendo i principali obiettivi a Monaco, Innsbruck e Venezia, le divisioni corazzate fanno partire l'offensiva in direzione di Vienna, Linz e Graz per completare la distruzione dell'esercito austriaco, della Seconda Armata tedesca e della Terza Armata italiana. Tra il quinto e il sesto giorno l'Austria viene eliminata dalla guerra. Poi, concentrando i suoi sforzi in direzione di Monaco, deve distruggere tutte le riserve operative nella parte sud della Germania e nella parte orientale della Lombardia, occupando le aree di Stoccarda, Bregenz, Brescia e Bologna tra l'undicesimo e il tredicesimo giorno di combattimenti e creando le condizioni per eliminare definitivamente l'Italia dalla guerra". Lo scenario apocalittico descritto non fa parte di un copione di un film di guerra ma è il piano reale con cui le truppe del Patto di Varsavia erano pronte negli anni Sessanta a conquistare l'Europa occidentale: colpendo per prime, a scopo "preventivo", con le armi atomiche. Che negli anni della guerra fredda Nato e Patto di Varsavia, Europa occidentale e paesi del socialismo reale, americani e russi fossero pronti a una guerra atomica non è un mistero, ma nuovi documenti segreti raccolti in un libro ("A Cardboard Castle? An Inside History of the Warsaw Pact", che verrà presentato questa mattina nella capitale polacca in occasione del 50esimo anniversario del Patto) resi pubblici ieri dai "National Security Archives" di Washington, dimostrano come il blocco sovietico abbia studiato per anni la possibilità di prevenire "l'aggressione nucleare della Nato" lanciando il first strike e pianificando minuziosamente una guerra nucleare che avrebbe permesso all'Unione Sovietica di diventare padrona assoluta dell'Europa distrutta. Gli stessi documenti - divisi in cinque grandi blocchi temporali (1955-1965, 1965-1968, 1969-1978, 1980-1987, 1987-1991) - dimostrano anche come nei paesi del Patto, con il crescere del risentimento antisovietico, questi piani vennero considerati via via sempre meno realistici. Sono 193 dossier provenienti dagli archivi segreti degli otto paesi del Patto, comprese le minute di incontri politici riservati tra i leader dei "paesi comunisti fratelli". "Buria" è la prima grande esercitazione del Patto di Varsavia, che ebbe luogo tra il 28 settembre e il 10 ottobre del 1961. Parte dall'ipotesi che la Nato volesse riaprire l'accesso a Berlino Ovest (dove era appena stato costruito il Muro), al sesto giorno vengono usate le armi nucleari (anche se in questo caso non è ancora chiaro chi le avrebbe usate per primo) e si conclude con l'occupazione di Parigi da parte dei soldati sovietici. Il secondo scenario (Maggio 1965) è quello che riguarda più da vicino l'Italia e dimostra l'importanza che Mosca attribuiva al ruolo militare dell'Ungheria. Le truppe ungheresi dovevano partecipare al primo attacco contro la Nato in Germania avanzando attraverso l'Austria (e violando la neutralità di Vienna) e da lí sarebbero dovute penetrare nell'Italia del nord. Stando al war game il Patto di Varsavia avrebbe dovuto colpito per primo per prevenire un attacco nucleare della Nato che veniva dato per sicuro ("gli occidentali hanno iniziato preparativi diretti per un attacco all'Unione Sovietica e agli altri paesi socialisti sotto forma di diverse esercitazioni") e tre grandi città, Vienna, Monaco e Verona sarebbero state completamente devastate dalle bombe atomiche. "Dopo aver ricevuto l'allarme di un imminente attacco nemico (la Nato) seguito dalla prevista avanzata del Secondo Corpo d'Armata tedesco e dalla Terza Armata italiana il Quartiere Generale del Fronte Sudoccidentale pone le truppe in stato di combattimento, ordina il dispiegamento e l'avanzata di diverse unità e assume l'offensiva. Una volta che viene accertato che gli occidentali stanno per attaccare con armi nucleari, viene dato alle unità missilistiche e alla difesa aerea l'ordine di lanciare il first strike nucleare". Nei piani del Patto di Varsavia l'attacco all'Italia sarebbe stato fatto - dopo l'ondata di bombe atomiche - con sette divisioni motorizzate, tre divisioni corazzate, 38 lanciamissili, 214 aerei da combattimento (39 bombardieri, 30 cacciabombardieri, 121 caccia, 24 aerei da ricognizione) compresi 25 bombardieri e caccia bombardieri equipaggiati con bombe atomiche. Nei dettagliati piani preparati dai generali sovietici erano previsti (e già stampati) anche i manifesti da attaccare nelle zone conquistate e i volantini da lanciare alle truppe nemiche. Come quello che invitava i soldati francesi a disertare: "La Francia liberata, la Francia del domani avrà bisogno anche di te. Soldato francese abbandona il combattimento, salvati per la Francia".

(14 maggio 2005)

Fonte: https://www.repubblica.it


 

23 giugno 19xx, ore 7.02. Nel cielo di Vicenza esplode una bomba atomica russa da 500 chilotoni che distrugge la città. Se siamo qui a raccontarlo non è successo, fortunatamente. Non si tratta però di fantapolitica. Tutt’altro. Vicenza nella primavera-estate di xx anni fa era infatti uno degli obiettivi principali della controffensiva nucleare che il Patto di Varsavia avrebbe lanciato contro l’Europa Occidentale in caso di attacco della Nato (come sempre gli scenari di guerra vengono dipinti come difensivi, a nessuno piace passare alla storia come aggressore...), e sarebbe stata distrutta al pari di Monaco di Baviera, Vienna e Verona. Altri obiettivi in Italia erano gli aeroporti militari di Ghedi (nei pressi di Brescia), Aviano (e avendoci prestato servizio, non posso che rabbrividire) e Piacenza, e i comandi delle divisioni corazzate Centauro e Ariete, mentre in Europa nel mirino c’erano l’aeroporto di Erding e il deposito nucleare di Ober-Ammergau (entrambi nell’allora Germania Occidentale), oltre alla divisione missilistica Pershing (nulla a che fare con i successivi missili con lo stesso nome). Lo scenario atomico emerge in un documento qualificato all’epoca "top secret" dai generali sovietici e recuperato in archivi ungheresi (l’Ungheria faceva parte del Patto di Varsavia). Un documento reso pubblico da un istituto di ricerca svizzero, l’Isn (International Relations and Security Network - A Swiss Contribution to Partnership for Peace) collegato al Centro studi per la sicurezza e lo studio dei conflitti di Zurigo. Un documento visibile anche su Internet nel sito http://www.isn.ethz.ch e di cui per primo ha parlato il quotidiano londinese Daily Telegraph nell’edizione di sabato 1 dicembre. Anche se si tratta di un "war-game" (letteralmente "gioco di guerra"), non è per nulla un gioco, ma una esercitazione in piena regola, pianificata da tempo, che coinvolgeva al massimo livello le truppe del Patto di Varsavia, l’allenza militare che raggruppava l’Unione Sovietica e gli stati satelliti. Le carte rese note riguardano solo il fronte Sud e il coinvolgimento dell’esercito ungherese, ma è ipotizzabile che vi fossero coinvolte tutte le forze del Patto e tutti i fronti da un capo all’altro dell’Europa. Esse sono firmate dal generale Yerastov, vice capo di Stato maggiore dell’Armata Sud del Patto di Varsavia e sono indirizzate al capo di Stato maggiore dell’esercito ungherese Kàroly Csémi, che era anche viceministro della Difesa. Inoltre uno dei documenti reca la firma congiunta del comandante dell’Armata Sud, il generale Provalov, responsabile al massimo livello del war-game, e del ministro della Difesa ungherese, il generale Lajos Czinege. L’operazione "Gyak" (significa banalmente "esercitazione") prende avvio il 13 aprile 1965, quando Yerastov comunica al "compagno" Csémi di preparare le sue forze per un’azione prevista per il periodo dal 21 al 25 giugno successivo. A maggio Provalov e Czinege inviano il piano in due tempi ai comandanti coinvolti. Esso pianifica anche l’invasione dell’Italia del Nord, dopo la distruzione della Terza Armata, lungo due direttrici: da Tarvisio e dalla Val Camonica, con l’occupazione di Brescia e Bologna entro 11-13 giorni, prima di attestarsi sull’Appennino cercando di prevenire eventuali sbarchi di truppe Nato nella parte peninsulare. L’8 giugno Provalov delinea quella che dovrebbe essere la situazione generale al 21 giugno e specifica il lavoro di spionaggio che lo precede: movimenti anomali di truppe occidentali, tra cui quelle italiane che da Novara e Bergamo si avviano dalla sera del 19 giugno verso Mantova, passando nella notte per Valeggio sul Mincio, e sbarchi nei porti di Genova e La Spezia di misteriosi carichi. Il 16 giugno l’ungherese Csémi dirama un promemoria con tutti gli appuntamenti, cui segue la distribuzione del piano dettagliato dell’attacco della Nato. Interessante notare come tra gli elementi che danno avvio alla risposta nucleare degli "orientali", come si chiamano, anche le segnalazioni al colonnello Romanov delle spie operanti in Italia, che comunicano nell’ordine l’avvio alle 3.30 del 23 giugno di operazioni di carico di bombe sugli aerei a Ghedi, il movimento delle truppe della Centauro a Vicenza alle 5 del mattino e il decollo di aerei da Piacenza alle 6.35. Alle 7, di fronte alla conferma dell’attacco occidentale da parte dei radar, scatta l’ordine di contrattacco con i missili a testata nucleare. E due minuti dopo Verona, Vicenza, Vienna e Monaco vengono cancellate dalla faccia della Terra. Perché Vicenza? Per due motivi. Perché Vicenza è sede di una base Setaf, dal 1955 insediatasi alla caserma "Ederle" in viale della Pace. In secondo luogo, ma non certo per importanza, Vicenza era sede del Comando della 5ª Ataf, che aveva giurisdizione su tutte le forze aeree della Nato del Sud Europa. Un obiettivo assolutamente di primo livello. In totale, dal fronte Sud il Patto di Varsavia prevede di spedire 30 ordigni nucleari, dei quali 10 da 500 chilotoni, 5 da 200, 3 da 50, 3 da 40, 9 da 20, che complessivamente danno una potenza di 7 megatoni e mezzo. Se si pensa che un chilotone è l’equivalente di oltre mille tonnellate di tritolo e che la bomba atomica sganciata su Hiroshima era di 20 chilotoni si ha un’idea del macello che sarebbe successo se ciò fosse avvenuto davvero. E sarebbe potuto accadere sul serio, perché nel 1965 si era ancora in piena guerra fredda. La crisi di Cuba era di nemmeno tre anni prima, Kennedy era stato assassinato nel novembre del 1963. In Urss era da qualche mese andato in porto il complotto che aveva portato il 14 ottobre 1964 alla destituzione del troppo moderato e modernizzatore Kruscev e alla sua sostituzione con Breznev. Per fortuna era tutta un’operazione sulla carta (a leggere i documenti, sembra che le truppe dell’Est effettivamente coinvolte fossero scarse), ma assolutamente plausibile. Una specie di prova generale, insomma, dell’attacco che avrebbe potuto scatenarsi in qualsiasi momento negli anni in cui la tensione tra i due blocchi era ai massimi livelli di guardia.

Fonte: https://netgamers.it

 


 

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