Le operazioni francesi in Africa sono sempre state controverse. Il libro dell’ex luogotenente colonnello, Guillaume Ancel, appena pubblicato in Francia, svela gli inquietanti retroscena su una delle missioni piè complesse a piena di ombre della storia recente delle truppe di Parigi nel continente africano: l’Operazione Turquoise. Il libro, dal titolo “Ruanda, la fine del silenzio: un ex ufficiale racconta”, Ancel denuncia “la favola della missione strettamente umanitaria”. Non era affatto così. L’operazione è stata “un’operazione di guerra classica”, in un contesto “politicamente sensibile”.

L’ex ufficiale dell’esercito francese, che diede le dimissioni nel 2005, è un militare esperto nel pilotaggio dei caccia e nei bombardamenti dell’aviazione. Due mesi dopo l’inizio del genocidio ruandese, il 22 giugno del 1994, gli fu ordinato di operare “un raid su Kigali per consentire il reinsediamento del governo hutu” in fuga. La stessa settimana, le forze di terra francesi vennero dispiegate nella regione, in particolare a Goma e Bukavu, con un ordine che, come il precedente, non aveva niente di umanitario: “marciare sul nemico”.

L’obiettivo era quello di impedire al Fronte patriottico ruandese di superare la foresta di Nyungwe. “All’ultimo minuto un ufficiale ha bloccato l’operazione, annunciando un accordo con l’Fpr. L’esercito francese è allora chiamato a proteggere una zona non ancora occupata dai tutsi, presentata come ‘umanitaria’. È la prima volta che sentiamo questa parola” rivela l’ex ufficiale francese. Il che significa che, fino a quel momento,  soldati partiti dalla Francia non avevano alcuna idea sulla possibilità che l’Operazione Turquoise fosse un intervento umanitario.

Il libro svela che per i vertici politici e militari francesi, la guerra si svolse sostanzialmente in due fasi. La prima parte dell’impegno militare di Parigi fu particolarmente offensiva. Le truppe francesi, come scritto precedentemente, erano lì per combattere contro l’esercito tutsi. Poi, qualcosa cambia e l’operazione Turquoise “va in un’altra direzione“. All’Eliseo, allora presieduto da François Mitterrand, si prese coscienza delle conseguenze molto gravose di un tale impegno. Questa l’ipotesi del colonnello.

“Mentire sulla natura di un’operazione attuata a nome dei francesi vuol dire prenderli in giro. L’occultamento del ruolo inquietante della Francia è altrettanto indecente nei confronti del milione di vittime del genocidio. Tacere su questa realtà significa autorizzare che tali orrori possano ripetersi. Queste le parole di Ancel, che pesano come macigni sulla credibilità di un’operazione mai realmente accettata dall’opinione pubblica francese. Le critiche all’operazione arrivarono subito, soprattutto perché non si comprendeva come la rancia potesse sostenere un intervento umanitario dopo aver sostenuto direttamente il governo hutu contro le forze tutsi. Il colonnello belga impegnato nella missione Onu, Minuar, denunciò che, ad esempio, un aereo destinato al rimpatrio degli europei, fu utilizzato dai francesi per consegnare armi agli hutu.

L’ex militare denuncia nel suo testo  anche “l’ambiguità permanente tra la missione ufficiale – proteggere persone minacciate – e quella occulta, sostenere fino in fondo le forze governative hutu all’origine del genocidio”. Un’ambiguità che si ripercuoteva anche tra le fila dell’esercito, con il “malessere profondo tra i miei compagni” e la “cultura del silenzio” nelle forze armate francesi. Ad esempio, Ancel parla di un caso molto eclatante (e inquietante) in cui si racconta del consenso di Parigi all’esodo della popolazione hutu verso il Congo e la contemporanea consegna di armi alle stesse forze governative hutu in un campo profughi dell’est congolese, nonostante i vertici militari francesi sapessero delle responsabilità riguardo a uno dei peggiori genocidi che la storia ricordi.

L’ex ufficiale francese ha deciso di rompere il muro del silenzio nel 2014. Fino a quel momento, in Francia era quasi impossibile parlare a livello ufficiale dell’intervento francese in Ruanda. Il suo compito non è stato facile e i rischi che si è assunto sono stati enormi, anche a livello personale. Ancel ha ricevuto intimidazioni, minacce e anche attacchi fisici, ma questo non gli ha fatto cambiare idea, partecipando alle conferenze e parlando ai media. In questo processo di verità lo hanno aiutato, paradossalmente, le stesse autorità militari in carica all’epoca dei fatti le quali dimenticarono di classificare parte dell’Operazione Turquoise. Se lo avessero fatto, oggi Ancel rischierebbe un processo per alto tradimento.

Nel 2017, con lo stesso editore, Belles Lettres, il colonnello Ancel ha pubblicato un altro libro-verità sulle guerre francesi degli anni Novanta, “Vento glaciale su Sarajevo“. Il libro parla delle gravi lacune della politica francese durante le guerre nella ex Iugoslavia. In particolare, nel libro si fa riferimento al massacro di Srebrenica, con i soldati francesi che hanno assistito, sapevano, ma “senza poter bloccare gli aggressori”.

 

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it

 


 

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