La rivolta dei Basmachi (in russo: Восстание басмачей), o Basmachestvo (Басмачество), è stata una rivolta dei popoli turchi musulmani del Turkestan russo per motivi panturchisti che approfittò dei grandi sommovimenti iniziati con la prima guerra mondiale e continuati con la guerra civile russa. Dopo la caduta dell'Autonomia di Kokand la sua roccaforte fu Dušanbe ed il Pamir e forti scontri ebbe con i russi bolscevichi insediati a Tashkent. La rivolta continuò anche dopo la formazione dell'Unione Sovietica e fu domata solo nel 1931. Si appoggiò notevolmente sull'aiuto esterno proveniente dall'Afghanistan tramite il vecchio emiro dell'Emirato di Bukhara Mohammed Alim Khan, e, durante la loro esistenza, all'Autonomia di Alash e alla Repubblica Transcaspiana.

Fonte: https://it.wikipedia.org

 



Il generale bolscevizo Frunze.



LA RIVOLTA DEI BASMACHI

QUANDO I MUSULMANI DEL CENTRO ASIA CERCARONO DI RIBELLARSI A MOSCA

di Alberto Rosselli

Contrariamente a quanto sostenuto dalla pubblicistica marxista, i moti rivoluzionari bolscevichi del 1917 non suscitarono mai un completo fascino sui popoli mussulmani dell’Asia centrale facenti parte del vecchio impero zarista. D’altra parte, già molti anni prima dello scoppio della Rivoluzione d’Ottobre, i rapporti tra le varie etnie asiatico-mussulmane e il governo di San Pietroburgo si erano contraddistinti per un’accesa conflittualità riconducibile in buona misura alla non accettazione da parte di queste molteplici ‘minoranze’ del dominio politico-culturale slavo. Per essere più chiari, turkmeni, kazaki, uzbeki, kirghisi e tagiki consideravano i russi – che verso la metà del XIX secolo, dopo lunghe campagne, erano riusciti ad occupare e colonizzare queste vaste regioni – alla stregua di veri e propri invasori, apportatori, tra l’altro, di costumi e di metodi di governo lontani anni luce dalla realtà di gran parte delle comunità centroasiatiche. Dopo la caduta dello zar Nicola II ed in seguito ai moti rivoluzionari bolscevichi, Lenin si affrettò a dichiarare che il nuovo regime marxista si sarebbe fatto garante della “libertà ed autonomia” dei popoli mussulmani facenti parte della nuova variegata entità politica, rinunciando a qualsiasi pretesa egemonica. Promessa che spinse, almeno in un primo momento, i mullah e gran parte della popolazione a schierarsi a fianco delle forze ‘rosse’ a quel tempo in lotta contro gli eserciti controrivoluzionari ‘bianchi’. Pur prendendo per buona la parola di Lenin, nel 1917 i rappresentanti kazaki insistettero, però, per un’immediata proclamazione della Repubblica Autonoma Kazaka, destando le preoccupazioni del leader bolscevico in realtà per nulla intenzionato a concedere la completa libertà ai popoli asiatici. Ciononostante, dalla fine del 1918 a quasi tutto il 1919, le promesse di Lenin favorirono in Asia Centrale la nascita di alcune istituzioni governative mussulmane sostanzialmente filobolsceviche, come ad esempio il Comitato del Governo Provvisorio e il Soviet dei Deputati dei Lavoratori e Contadini di Taskent (Uzbekistan). Quando, però, il 22 dicembre, a Kokand – i leader locali si apprestarono a fondare un primo Governo Provvisorio Musulmano del Turkestan Autonomo conforme alla legge islamica, auspicando nel contempo la reintroduzione del libero commercio e del diritto a possedere appezzamenti terrieri, pascoli e armenti, Lenin impose a tutte le neonate autorità locali kazake, uzbeke, turkmene e tagike di attenersi alle disposizioni rivoluzionarie in materia sociale ed economica e di accettare di esercitare il potere in seno ad esecutivi (soviet) misti russo-asiatici, ma di fatto controllati da Mosca. Proposta, questa, che venne respinta da molti mullah decisi a proseguire nella costituzione di stati islamici federati ma sostanzialmente indipendenti. Obiettivo che essi avrebbero conseguito con tutti i mezzi: proclamando, se necessario, la guerra santa contro i bolscevichi e chiedendo aiuto alle armate ‘bianche’ e alla Gran Bretagna, i cui agenti, nel frattempo, erano giunti dalla Persia per fiancheggiare le forze controrivoluzionarie. Temendo il peggio, Lenin inviò in Turkestan un forte contingente dell’Armata Rossa agli ordini del generale Mikhail Frunze che, approfittando della sostanziale disorganizzazione delle bande armate mussulmane, conquistò rapidamente la grande oasi di Khiva e molti altri centri, eliminando centinaia di capi islamici e ripristinando il potere bolscevico attraverso i soviet. Dopodiché le autorità comuniste avviarono la collettivizzazione di tutte le proprietà, costringendo circa 900.000 tra agricoltori e pastori ad abbandonare le loro tradizionali attività. Fino a quando, nell’aprile del 1919, uno dei leader della milizia mussulmana di Kokand, tale Irgash, organizzò segretamente un grande piano di rivolta. Nonostante le antiche rivalità che dividevano le tribù mussulmane asiatiche, Irgash riuscì a trovare un’intesa di massima con buona parte dei mullah, dando vita al cosiddetto Movimento Indipendentista Basmaco che, verso la fine del ’19, scatenò un’insurrezione armata destinata a durare quasi 15 anni. Per parare il colpo, Lenin diede disposizioni affinché l’apparato propagandistico bolscevico si mettesse in moto ancor prima dell’Armata Rossa, attraverso una massiccia campagna tesa a discreditare e di minimizzare la portata della Rivolta Basmaca. Il Movimento dei Basmachi – nel quale, nel frattempo, erano confluiti molti volontari islamici provenienti dalla Persia, dall’Afghanistan e dalla Turchia e perfino elementi delle locali comunità russe cristiano-ortodosse, menscevichi, monarchici, socialisti e anarchici perseguitati dai ‘rossi’ – venne dipinto alla stregua di un esercito di malfattori sanguinari e reazionari (basmaco, o bäsmä´chē, significa in lingua uzbeka più o meno brigante) dediti a rapinare i pacifici dehkan (contadini) filo-comunisti delle repubbliche asiatiche. Ciononostante, agli inizi del 1920, il Movimento prese ad ingrossare le sue file, accogliendo anche ex-prigionieri cechi, ungheresi e polacchi fuggiti – in seguito al crollo zarista – dai campi di concentramento russi e, addirittura, alcune centinaia di volontari cinesi mussulmani del Sinkiang. Il Movimento Basmaco si rivelò, quindi, un fenomeno per nulla monocorde, ma al contrario politicamente trasversale, multilingue, multietnico e multireligioso. Nonostante il pesante intervento da parte dell’Armata Rossa del generale Frunze, il mobile, anche se indisciplinato, esercito basmaco, composto da circa 30.000 guerriglieri a cavallo, riuscì a controbattere con successo le prime offensive bolsceviche, mantenendo il controllo della regione del Fergana occidentale e del Bukhara Orientale: area corrispondente grosso modo all’odierno Tagikistan. Ma nell’autunno del 1920, eliminate in Crimea le ultime sacche di resistenza ‘bianca’ del generale Pyotr Nikolayevich Wrangel, Mosca poté stornare in Asia Centrale un quantitativo di truppe ancora maggiore, costringendo le formazioni ribelli ad abbandonare i centri abitati e le pianure e a rifugiarsi nelle zone montagnose del Tagikistan. Nelle regioni riconquistate, le autorità del Cremlino concessero alle popolazioni locali – almeno fino a tutto il 1920 – una moderata autonomia, assicurando un minimo afflusso di coloni slavi: promesse che, tuttavia, sul finire del 1920, Lenin si rimangiò. Tale era la situazione in Asia Centrale quando apparve sulla scena Enver Pascià (1881 -1922), un uomo proveniente da lontano che, per qualche tempo, sarebbe stato capace di ridare speranza alle popolazioni mussulmane. Ex-leader del Partito dei Giovani Turchi, nel novembre del 1918, dopo la resa dell’Impero Ottomano, Enver era stato costretto a fuggire a Berlino per scampare alla condanna a morte inflittagli da una corte di Costantinopoli quale corresponsabile della disastrosa guerra combattuta a fianco degli Imperi Centrali. Alla fine del 1919, Enver preferì tuttavia trasferirsi a Mosca, dietro invito di Lenin, che gli promise di aiutarlo a tornare in patria e a riprendere il potere a condizione che si impegnasse  ad appoggiarlo nella difficile opera di “pacificazione” delle regioni centro-asiatiche. Pur detestando sia il bolscevismo ateo sia la Russia, tradizionale avversario della Turchia, Enver fece finta di accettare di buon grado la proposta. E nel 1921, Lenin lo inviò in Uzbekistan, a Bukhara, per cercare di trovare un primo accordo con i locali mullah. Ma fu proprio qui che Enver riuscì a contattare segretamente alcuni esponenti del Movimento Basmaco ai quali offrì un’intesa del tutto diversa, cioè la creazione di una federazione autonoma di stati mussulmani facenti riferimento ad un governo centrale turkmeno a forte componente etnica turca. Enver voleva infatti rilanciare l’idea di un movimento ‘panturanista’ che, utilizzando il collante islamico, avrebbe consentito la creazione di un vasto stato comprendente non soltanto le regioni cento-asiatiche, ma anche quelle caucasiche e la penisola anatolica. Non senza difficoltà, egli riuscì nel suo intento, grazie soprattutto al suo forte carisma e alla sua eloquenza, ma poco tempo dopo la polizia bolscevica scoprì le sue manovre sotterranee, costringendolo a fuggire. Raggiunte le regioni orientali uzbeke, Enver prese in breve tempo le redini della rivolta basmaca, ottenendo dai mullah la nomina di “rappresentante in terra del profeta Maometto” e comandante in campo delle forze basmache facenti riferimento all’ideale panturanico.

Il 14 febbraio 1922, Enver, alla testa di poche centinaia di cavalleggeri si lanciò alla conquista della città di Dushanbe (l’attuale capitale del Tagikistan), riuscendo ad occuparla e inducendo in tal modo i mullah a proclamare la ‘guerra santa’ contro i bolscevichi. Tra il febbraio e il maggio del ‘22, il condottiero ‘panturanista’ riuscì ad ingrossare le file della sua armata che arrivò a contare circa 50.000 uomini e con tale forza, nella tarda primavera del ’22, pose sotto il suo controllo la maggior parte della regione di Bukhara. Preoccupati per un possibile dilagare della rivolta ad altre regioni, i generali bolscevichi offrirono ad Enver una tregua che questi rigettò. Lenin ordinò allora l’invio in Asia Centrale di un imponente corpo di spedizione, agli ordini del generale Nikolai Kakurin: armata rinforzata da reparti di artiglieria e aviazione dotati di micidiali proiettili e ordigni all’iprite e al fosgene. Nel giugno 1922, Enver subì una pesante sconfitta che indusse poche settimane più tardi molti capi mussulmani ad abbandonare il loro capo che, nel frattempo, assieme a poche centinaia di fedeli, era stato costretto a passare nel Tagikistan orientale e a dirigersi verso l’Afghanistan. La speranza di Enver era quella di trovare ospitalità in questo paese sul quale regnava il sovrano Amanullah che, in precedenza, aveva fornito ai basmachi armi e volontari. Ma Amanullah, che non voleva inimicarsi troppo Mosca, respinse la richiesta di asilo di Enver che, il 4 agosto 1922, assieme ad appena 50 fedelissimi, si era accampato tra i villaggi di Obidaryo ed Ab-i Dara,  nei pressi della frontiera tagiko-afghana. Circondato dai reparti a cavallo bolscevichi del colonnello Kulikov, Enver rifiutò di arrendersi e in sella al suo destriero grigio Dervish si lanciò contro il nemico che lo fulminò con una scarica di fucileria. Kulikov fece denudare il cadavere di Enver che venne gettato in un’anonima fossa. Poi il reparto bolscevico abbandonò la zona. Dopo alcuni giorni di ricerche, il mullah di Obidaryo riuscì però a trovare e riesumare il cadavere del leader turco che, nel corso di una solenne cerimonia, fu seppellito sotto un albero di noci, nei pressi dell’abitato di Obidaryo. In seguito alla morte di Enver, Lenin si impegnò a porre fine alla persecuzione antimussulmana in Tagikistan e nelle altre regioni limitrofe, convincendo buona parte dei guerriglieri basmachi fuggiti in Afghanistan e nel Sinkiang a rientrare alle loro terre. Ma la pace durò poco. Nel dicembre del 1927, Stalin riprese improvvisamente le persecuzioni contro i mussulmani delle Repubbliche asiatiche e, tra il 1928 e il 1933, dopo avere eliminato fisicamente 10.000 capitribù, abolì il nomadismo, costringendo decine di migliaia di pastori ed allevatori (circa il 67% dell’intera popolazione delle Repubbliche asiatiche) a lavorare in comuni agricole gestite da funzionari russi. Per allontanare definitivamente il pericolo di un ritorno al nomadismo, Stalin fece abbattere qualcosa come 350.000 cavalli e decine di migliaia di cammelli: iniziativa che mise in ginocchio l’economia locale, spingendo molti tagiki, kirghisi e kazaki a fuggire oltre il confine cinese, nella regione del Tarim.

Nonostante la repressione, nella prima metà degli anni Trenta, in Uzbekistan, alcune sopravvissute bande basmache continuarono a dare battaglia ai ‘rossi’, effettuando ancora 160 tra attacchi ed attentati contro colonne militari e caserme russe. Durante la Seconda Guerra Mondiale, il Movimento Basmaco sembrò ad un tratto risorgere dalle ceneri. Tra il 1939 e il 1944, circa 90 bande, per un totale di 2.000-2.500 combattenti, seguitarono a molestare le più isolate guarnigioni sovietiche del Tagikistan, venendo però completamente annientate dall’Armata Rossa tra il 1945 e il 1947.

Fonte e bibliografia: http://www.storiaverita.org



La guerra santa dei basmachi contro i bolscevichi.

Dopo la caduta dello Zar Nicola II e in seguito allo scoppio della rivoluzione russa di ottobre Lenin si affrettò a dichiarare che il nuovo regime marxista si sarebbe fatto garante anche della “libertà ed autonomia” dei popoli asiatico - mussulmani ( turkmeni, kazaki, uzbeki, kirghisi e tagiki) facenti parte della nuova entità politica federale (che poi assumerà il nome di unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche) succeduta all’impero zarista, rinunciando a qualsiasi pretesa egemonica.
In un primo momento i mullah e gran parte della popolazione credette a queste promesse schierandosi a fianco delle forze “rosse” contro gli eserciti controrivoluzionari “bianchi”.Pur prendendo per buona la parola di Lenin nel 1917 i rappresentanti kazaki insistettero, però, per un’immediata proclamazione della repubblica autonoma kazaka, destando le preoccupazioni del leader bolscevico, in realtà per nulla favorevole ad una autonomia reale delle popolazioni asiatiche.
Lenin favorì quindi in Asia centrale la nascita di alcune istituzioni governative musulmane filobolsceviche, come ad esempio il Comitato del governo provvisorio ed il Soviet dei deputati dei contadini e dei lavoratori di Taskent (Uzbekistan). Quando però il 22 dicembre a Kokand i leader locali si apprestarono a fondare un primo “governo provvisorio musulmano del Turkestan autonomo” conforme alla legge islamica, chiedendo nel contempo la reintroduzione del libero commercio e del diritto a possedere terre, pascoli e armenti, Lenin impose a tutte le neonate autorità locali di esercitare il potere solo all’interno dei Soviet (assemblee rivoluzionarie) misti russo asiatiche di fatto controllate da Mosca. La proposta venne respinta da molti mullah decisi a proseguire nella costituzione di stati islamici federati alla russia bolscevica ma sostanzialmente indipendenti. Obiettivo che avrebbero conseguito con tutti i mezzi: proclamando se necessario la guerra santa contro i bolscevichi e chiedendo aiuto alle armate bianche e alla Gran Bretagna i cui agenti erano giunti nel frattempo dalla Persia per fiancheggiare le forze controrivoluzionarie.
Temendo il peggio, Lenin inviò in Turkestan un forte contingente dell’armata rossa agli ordini del generale Mikhail Frunze che, approfittando della disorganizzazione delle bande armate musulmane, conquistò rapidamente molti centri, eliminando centinaia di capi islamici e ripristinando il potere bolscevico attraverso i Soviet. Dopodiché le autorità comuniste avviarono la collettivizzazione di tutte le proprietà, costringendo circa 900.000 agricoltori e pastori ad abbandonare le loro tradizionali attività. Fino a quando, nell’aprile del 1919, uno dei capi della milizia musulmana di Kokand, tale Irgash, organizzò segretamente un grande piano di rivolta. Nonostante le antiche rivalità che dividevano le tribù musulmane asiatiche, Irgash riuscì ad accordarsi con buona parte dei mullah, dando vita al cosiddetto “movimento indipendentista Basmaco” che verso la fine del 1919, scatenò un’insurrezione armata destinata a durare 15 anni.
Per parare il colpo Lenin diede disposizioni affinché l’apparato propagandistico bolscevico si mettesse in moto ancor prima dell’Armata Rossa, attraverso una massiccia campagna tesa a discreditare e minimizzare la portata della rivolta basmaca. Il Movimento dei Basmachi – nel quale nel frattempo erano confluiti molti volontari islamici provenienti dalla Persia, dall’Afghanistan e dalla Turchia e perfino elementi dalle locali comunità russe cristiano ortodosse, menscevichi, monarchici, socialisti e anarchici perseguitati dai rossi – venne dipintoalla stregua di un esercito di malfattori sanguinari e reazionari (in lingua uzbeka “basmaco” significa brigante) dediti a rapinare i pacifici dehkan (contadini) filo comunisti delle repubbliche asiatiche. Cionostante, agli inizi del 1920, il Movimento prese ad ingrossarsi accogliendo tra le sue file anche ex prigionieri di guerra cecoslovacchi, ungheresi e polacchi fuggiti – in seguito al crollo zarista – dai campi di prigionia militare e, addirittura, alcune centinaia di volontari cinesi musulmani del Sinkiang. Il movimento basmaco si rivelò quindi un fenomeno per nulla monocorde, ma al contrario politicamente trasversale, multilingue, multietnico e multireligioso. Nonostante il pesante intervento da parte dell’Armata Rossa del generale Frunze,il mobile esercito basmaco composto da 30.mila guerriglieri a cavallo , mise in difficoltà i bolscevichi, mantenendo il controllo della regione corrispondente grosso modo all’odierno Tagikistan. Ma nell’autunno del 1920 eliminate in Crimea le ultime sacche di resistenza delle armate controrivoluzionarie “bianche”, Mosca potè concentrare in Asia centrale un numero di truppe ancora maggiore costringendo le formazioni ribelli ad abbandonare i centri abitati ed a rifugiarsi nelle montagne del Tagikistan.
Tale era la situazione in asia centrale quando apparve sulla scena il turco Enver Pascià. Enver Pascià fino alla fine della prima guerra mondiale era stato il leader di un partito turco (il Partito dei giovani Turchi) ma dopo la resa dell’impero turco era stato costretto a fuggire a Berlino per sfuggire alla condanna a morte inflittagli quale corresponsabile della disastrosa guerra persa a fianco della Germania e dell’Austria. Alla fine del 1919 Enver si trasferì a Mosca dietro invito di Lenin, che gli promise di aiutarlo a tornare in patria a condizione che si impegnasse ad appoggiarlo nella difficile opera di “pacificazione” delle regioni centro asiatiche. Pur detestando sia il comunismo ateo sia la Russia, tradizionale avversario della Turchia, Enver fece finta di accettare la proposta. Lenin nel 1921 lo inviò in Uzbekistan ma fu proprio qui che Enver riuscì a contattare segretamente alcuni capi del movimento Basmaco ai quali offrì un intesa del tutto divers, cioè la creazione di una federazione autonoma di stati musulmani. Enver voleva infatti rilanciare l’idea di un movimento “panturanista” che utilizzando il collante mussulmano avrebbe consentito la creazione di un vasto stato comprendente non solo le regioni centro asiatiche, ma anche quelle caucasiche e la penisola anatolica. Raggiunte le regioni uzbeke presein breve tempo il comando della rivolta basmaca, ottenendo dai mullah la nomina di “rappresentante in terra di Maometto” e comandante in capo delle forze basmache. Il 14 febbraio 1922 Enver alla testa di poche centinaia di cavalleggeri conquistò la capitale del Tagikistane fece proclamare dai mullah la “guerra santa” contro i bolscevichi. Tra il febbraio e il maggio del 1922 le file della sua armata arrivarono fino a 50mila uomini tanto da controllare l’intera regione di Bukhara.
Lenin inviò allora in Asia centrale un corpo di spedizione agli ordini del generale Nikolai Kakurin: armata rinforzata da reparti di aviazione e di artiglieria con micidiali proiettili all’iprite e al fosgene.
Nel gigno 1922 Enver subì una disastrosa sconfitta che spinse molticapi mussulmani ad abbandonare il loro comandante che nel frattempo con poche centinaia di fedeli fuggiva verso l’Afghanistan. La speranza di Enver era quella di trovare asilo presso questo paese sul quale regnava Amanullah che in precedenza aveva fornito ai basmachi armi e volontari. Ma Amanullah timoroso della vendetta di Mosca, respinse la richiesta di asilo di Enver che il 4 agosto 1922 assieme ad appena 50 fedelissimi, si ea accampato nei pressi della frontiera tagiko – afgana. Circondato da reparti a cavallo bolscevichi, Enver rifiutò di arrendersi e in sella al suo destriero si lanciò contro il nemico che lo fulminò con una scarica di fucileria.
In seguito alla morte di Denver Lenin si impegnò a porre fine alle persecuzioni antimusulmane in tagikistan convincendo buona parte dei guerriglieri basmachi a rientrare nelle loro terre.ma la pace durò poco.Nel 1927 Stalin riprese le persecuzioni contro i musulmani delle repubbliche asiatiche e dopo avere eliminato fisicamente diecimila capitribù tra il 1927 e il 1928 abolì il nomadismo costringendo decine di migliaia di pastori (il 67% della popolazione locale) a lavorare in comuni agricole gestite da russi. Per eliminare il pericolo di un ritorno al nomadismo Stalin fece abbattere 350 mila cavalli e migliaia di cammelli.
Nonostante la repressione, nella prima metà degli anni trenta, in uzbekistan alcune sopravvissute bande basmache continuarono a dare battaglia ai rossi effettuando 160 attacchi ed attentati contro colonne militari e caserme russe. Durante la seconda guerra mondiale il movimento ribelle riprese in forze. Tra il 1939 e il 1944 circa 90 bande per un totale di 2500 combattenti seguitarono a combattere,venendo però completamente annientate dall’Armata Rossa tra il 1945 e il 1947.

Fonte: https://forum.termometropolitico.it



L'Autonomia di Kokand (in russo: Кокандская автономия, in arabo: خوقند خودمختاری) fu uno Stato uscito dalla Rivoluzione d'Ottobre che avrebbe dovuto costituire nelle intenzioni dei suoi fondatori il Governatorato Provvisorio del Turkestan Autonomo. Esso era situato nella provincia di Fergana dell'Impero russo, dove fino al 1876 sorgeva il Khanato di Kokand, e fino al Lago Balkhash. Il suo fondatore fu Mustafa Shokay, capo dei pan-turchisti del Jadid. Essa sorse in concomitanza con la rivolta dei Basmachi ed in concomitanza con la formazione di molte altre entità statali dalle ceneri dell'Impero russo. Di queste, fu molto legato all'Autonomia di Alash. Notevole sostegno ricevette pure dagli autonomisti di Kashgar e dall'Emirato di Bukhara. L'autonomia del Turkestan fu spezzata dal fatto che i russi ivi residenti guidati da Mikhail Frunze formarono uno Stato bolscevico a valle del fiume Syr Darya, con capitale Tashkent, la RSS Turkestan. Questo era uno Stato molto bellicoso, e difatti nel febbraio del 1918 invase l'Autonomia conquistandone la capitale Kokand il 18 febbraio in un bagno di sangue (14.000 vittime). Il territorio entrò quindi a far parte della RSS Turkestan, fino a quando, nel 1924 fu suddiviso in altre RSS. Anche dopo il massacro molti combattenti musulmani continuarono la lotta sotto forma di guerriglia fino al 1923, quando si rifugiarono sui monti del Pamir ove resistettero fino al 1931, dopodiché espatriarono in Afghanistan.

Fonte: https://it.wikipedia.org



 

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