Once upon a time la guerra... per una volta ci distacchiamo dalla visione consueta per indossare un’elegante grisaglia ed esaminare una forma evoluta di conflitto, quella economica. Una guerra apparentemente più “pulita”, ma non meno foriera di effetti e conseguenze destabilizzanti. L’economia tratta di guerra sotto numerosi aspetti, da un lato come sostegno alla politica nazionale, e dall’altro come efficace lesson learned.

La pubblicistica della war economics ha generato sia diversi strumenti dottrinari, come quelli elaborati da Keynes per ciò che concerneva la finanza di guerra, sia un impegno diretto da parte di economisti, alcuni dei quali poi insigniti del Nobel, che hanno contribuito alla pianificazione militare alleata durante la II Guerra Mondiale, un impegno riconosciuto come determinante dallo stesso Naval Institute di Annapolis; bombardamenti strategici, individuazione delle rotte ottimali e composizione dei convogli marittimi, sono stati passati al vaglio di economisti che, in quel periodo, hanno sviluppato peraltro tecniche di analisi ancora oggi più che valide, come la Teoria dei Giochi (v.articolo) e quella della Ricerca Operativa. La Guerra Economica non è dunque una novità visto che già prima del 1914, nel diritto internazionale e nella prassi politico-militare navale inglese era ben presente, tanto da continuare ad essere valorizzata dagli studiosi della London School of Economics in collaborazione con la speciale Unit dell’Economist; individuare gli obiettivi strategici, in concomitanza con l’ammodernamento degli armamenti, permetteva di provocare degli effetti che, in termini di costo – efficacia, portavano a risultati più vasti e produttivi della tradizionale guerra al commercio operata dalle Marine Militari.

 



Una prima evoluzione delle pratiche di Guerra Economica si è avuta con una loro limitazione a seguito del riconoscimento delle modifiche del 1977 ai Protocolli di Ginevra, e ad un’accresciuta rilevanza dell’aspetto istituzionale delle Organizzazioni Internazionali e dei trattati bilaterali tra Stati; se è parso che le forme giuridiche potessero prendere il sopravvento, negozi e transazioni usati non per avere un vantaggio economico ma per danneggiare il nemico hanno continuato ad avere “cittadinanza”, e soprattutto hanno potuto continuare ad essere utilizzati anche in tempo di pace per ottenere gli stessi effetti delle tecniche belliche tradizionali. Sono così diventati una componente strutturale del sistema finanziario, come dimostrato dagli USA nel loro attacco al sistema economico sovietico, dove è stato abbassato prima il prezzo del petrolio e poi sono state implementate le star wars in una competizione insostenibile. Ciò che è stato confermato, è che il concetto di distensione è tornato in soffitta, e che invece la politica economica ha dovuto essere necessariamente subordinata ai fini strategici e geopolitici: se gli effetti della pace liberale che ha imperato dal 1870 allo scoppio della Grande Guerra significano qualcosa, probabilmente sarebbe il caso di valutare con attenzione l’attuale evoluzione di liberalismo e globalizzazione, la vera Grande Illusione (Norman Angell, 1911); se c’è una cosa che l’Economic Warfare ha insegnato è che i concetti di Stato e sovranità non sono né invecchiati né venuti meno, anzi.

L’Economic Warfare ha come compito quello di disorganizzare l’economia nemica per impedirne qualsiasi attività a fini bellici, e la sua efficacia varia in funzione dell’autosufficienza nemica, delle infrastrutture e dell’import/export soggetto tuttavia al controllo delle Forze Navali; praticamente un assedio condotto con armi dall’effetto a lungo termine che puntano a creare pressione al fine di penetrare nel tessuto economico del nemico e creare dipendenza.

L’Economic Warfare, diversa dalla Defense Economy, punta a negare risorse limitando le forniture derivate dal commercio con un sapiente uso del debito per controllare la politica interna delle controparti, e persegue una massimizzazione delle capacità offensive, laddove le armi economiche non richiedono il supporto di forze militari: il trionfo del principio di costo – efficacia. L’Economic Warfare è la sublimazione del principio asimmetrico della guerra e della sua potenziale natura ibrida, dove il supporto concettuale è fornito dalla definizione di un diritto internazionale della guerra economica dalle sembianze anglosassoni, e dove la neutralità non è ammessa; le sanzioni economiche ne sono una prova evidente, dato che il blocco selettivo degli scambi commerciali di uno Stato target, dal 1945, ha visto prevalere costantemente la volontà degli USA, gli unici in grado di dare credibilità alla minaccia sanzionatoria.

L’Economic Warfare non è semplice competizione economica, è un gioco a somma zero dove il “pareggio” non è contemplato e dove i fini sono esclusivamente politici. Le armi economiche classiche hanno uno scopo esplicito; non è così per l’Economic Warfare che utilizza mimeticamente le stesse armi del mercato facendo risaltare la causa oggettiva delle transazioni e non l’intenzionalità soggettiva delle parti.

 



Strumento privilegiato dell’Economic Warfare è la Financial War, puro esercizio di sovranità Statuale, l’arma che mina il potere di un Paese intaccandone la moneta, e che presuppone una capacità finanziaria superiore a quella del nemico unitamente alla disponibilità di una moneta forte, con un agevole accesso al credito ed alla capacità di negarlo imponendo le proprie regole. A ben vedere questi sono sia i prerequisiti da sempre in possesso americano, sia le ragioni per cui appare al momento difficilmente ipotizzabile una svendita delle riserve cinesi in dollari: semplicemente la Cina non detiene (ancora) i prerequisiti economici statunitensi, in un clima di precario equilibrio di “terrore” finanziario.

La Financial War sostiene il raggiungimento degli obiettivi del Paese egemone attaccando le elites avversarie, facendo crollare il commercio, intaccando le riserve di valuta estera e la produzione economica, innalzando l’inflazione, guidando la disoccupazione con un aumento dei disordini sociali, fomentando la migrazione della popolazione. In fondo un quadro non così lontano da quanto si è visto in Ucraina e sulle sponde mediterranee animate dalle primavere arabe. La barriera informativa è l’opposizione che rimane in termini di intelligence denial ed intelligence penetration, e che costituisce la vera sfida al potere americano, perché acquisita – non a caso – da Cina e Russia. Lanciamo il sasso nello stagno.

 



Nel 1999 in Cina fu pubblicato uno studio sulla natura evolutiva della guerra a cura di due colonnelli dell’aeronautica, Wang Xiangsui e Qiao Liang che, con il loro libro “Unrestricted Warfare“ teorizzavano la realizzazione di un metodo di guerra alternativo che fosse in grado di sostenere i Paesi militarmente più arretrati di fronte al gigante americano, un modello di guerra ibrida che prevedeva l’uso di fattori informatici (vd hacker e troll) ed economici in grado di produrre vulnerabilità e destabilizzazione con una miscela di attività convenzionali e non, appena al di sotto della soglia dello stato di guerra dichiarata.

Nel frattempo, nel 2013, in Russia, assumeva rilevanza la figura del capo di SM dell’Esercito, Valery Gerasimov, un Ufficiale brillante che gode tutt’ora della stima del presidente Putin, e che ha esposto il suo punto di vista sulla conduzione della guerra asimmetrica, riprendendo il tema sviluppato dai due ufficiali cinesi. Per Gerasimov il valore della scienza è in prospettiva, e chiede una revisione di forme e metodi di combattimento. Malgrado le smentite circa l’autenticità dell’elaborato del generale russo, la Dottrina Gerasimov si palesa in Ucraina e nelle ex Repubbliche Sovietiche dove la Federazione Russa non può perdere altro terreno; per Gerasimov la nuova guerra asimmetrica si combatte e si vince attraverso la comprensione e lo sfruttamento di fattori scientifici ed economici e con la partecipazione nel conflitto di parti non militari, come aziende private; tutto per trasformare, come asserisce lui stesso, uno stato perfettamente florido in un fronte operativo permanente e caotico. Alla stessa stregua dei militari cinesi, Gerasimov si rivolge ad una platea scelta di militari di nicchia, di studiosi e teorici della scienza della guerra a cui viene proposto di valutare un’intera panoplia di armi convenzionali e non, da usare in un futuro molto prossimo.

L’Economic Warfare, come ha correttamente compreso Gerasimov, è efficace ma complessa e necessita di un approccio interdisciplinare, in cui la teoria giuridico – economica si lega ad altre materie sociali che hanno alla loro base tecniche matematiche di analisi; è diventata dunque una componente strutturale e funzionale delle interdipendenze economiche non più ristretta agli ambiti delle guerre calde.

La competizione per l’egemonia globale, dopo il secolo breve e la fine della Storia, è ufficialmente ripresa.

Gino Lanzara 03/11/18

Fonte: http://www.difesaonline.it




 

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