Poco fa, sfogliando il Washington Post sono rimasto sconcertato dall’ultimo articolo di David Broder, un giornalista ebreo americano, premio Pulitzer nel 1973, che ha una rubrica fissa in uno dei giornali più importanti ed influenti d’America. Nel suo ultimo “pezzo” dall’eloquente titolo “The War Recovery?” il dott. Broder sostiene che Obama potrebbe riuscire a risollevare l’economia americana entro il 2012, quando cioè scadrà il mandato dell’attuale Amministrazione alla Casa Bianca, dichiarando guerra all’Iran!

 

 

Proverò a sintetizzare le due principali argomentazioni che il dott. Broder porta alla sua tesi: 1 – La crescente spesa militare per una guerra contro l’Iran farebbe da volano alla ripresa economica statunitense, come avvenne, ricorda Broder, sotto la Presidenza Roosevelt durante la Seconda Guerra Mondiale. 2 – I Repubblicani al Congresso si stringerebbero attorno ad Obama contro quella che deve essere considerata la più grande minaccia per il Mondo e questo aiuterà politicamente l’Amministrazione rendendo, in caso di successo bellico s’intende, il Presidente Obama uno dei leader più amati nella storia americana.

Cercherò di confutare le argomentazioni che compongono la tesi del dott. Broder, stando attento però a non apparire estremamente vago come lui:

Prima di tutto un po’ di logica. Se tutte le guerre, intese come politiche di stimolo pubblico, potessero risollevare l’economia di un Paese l’America non avrebbe dovuto, neanche lontanamente, entrare in crisi nel 2008, visto e considerato i due impegni bellici in Iraq ed in Afghanistan oltre ai crescenti fondi del Bilancio federale destinati alla difesa. In realtà, come ovvio, non tutte le guerre possono portare immediati benefici economici.

Tenderei a classificare sinteticamente i conflitti moderni in tre grandi categorie:

1) Guerre preventive: Sostenere le spese per attaccare un Paese nemico che potrebbe provocarti in futuro danni economici maggiori ai costi necessari oggi per colpirlo. Semplificando una sorta di polizza assicurativa per il futuro.

2) Guerre come investimento: Sostenere le spese per attaccare un Paese che possiede risorse che potrebbero in futuro garantire ricavi maggiori ai costi necessari oggi per colpirlo. Quando parlo di risorse, intendo ovviamente, oltre che a materie prime, anche i futuri guadagni per la ricostruzione e l’apertura di un nuovo mercato per le merci del Paese attaccante.

3) Guerre per il cambiamento dell’ordine mondiale: Sostenere le spese per partecipare ad un conflitto, che vedrà probabilmente coinvolte più di due Nazioni, per cambiare radicalmente l’ordine mondiale politico ed economico preesistente.



Da un punto di vista prettamente economico il maggiore guadagno immediato potrebbe avvenire nel terzo caso. In primo luogo perché un impegno in una guerra mondiale vedrebbe un coinvolgimento di quasi tutti i settori della società. Partendo dai produttori di armi verrebbero toccati: i finanziatori quindi le Banche; i lavoratori; i laboratori e le università per la ricerca bellica; i produttori di materie prime e via dicendo. A lungo termine, inoltre, un Paese coinvolto in una guerra globale potrebbe ritrovare o costruire un’unità nazionale che unita ad una compattezza politica potrebbe riformare sistemi di leggi e regolamenti, difficili da cambiare in tempo di pace. Per essere economicamente utile, la guerra dovrebbe avere la capacità di stimolare un qualche tipo di crescita ben oltre il periodo del conflitto. La distruzione di un certo numero di infrastrutture ricostruibili senza troppi problemi potrebbe in effetti far proseguire la crescita post-guerra. Ovviamente anche le ricostruzioni nei Paesi occupati o liberati potrebbero aiutare la Nazione vincitrice. La vendita di materie prime e servizi per la ricostruzione dell’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale ha sicuramente contribuito alla crescita economica statunitense, nonostante negli Usa non avessero subito danni sul proprio territorio. Infine, la guerra potrebbe stimolare uno sviluppo tecnologico che successivamente potrebbe essere adoperato per applicazioni civili, si pensi per esempio all’energia nucleare o anche all’invenzione dell’aeroplano. Un nuovo business derivante da tali prodotti potrebbe essere fonte di sviluppo economico per un lungo tempo.

Va da se comunque, che nel 1° e nel 2° caso la spesa militare per un conflitto sarebbe di gran lunga inferiore, specialmente quando lo Stato attaccante possiede già le capacità militari necessarie per portare a termine l’invasione. A lungo termine, se l’attaccante dovesse risultare vincitore, potrebbe ottenere un “rientro” dalle spese iniziali. È ipotizzabile che una volta occupato il Paese l’economia dell’attaccante possa beneficiare della ricostruzione e dell’ammodernamento della Nazione colpita. Le sue aziende potrebbero investire sull’estrazione delle materie prime e sulla ricostruzione delle abitazioni e delle infrastrutture del Paese occupato o democratizzato. La differenza principale tra una guerra preventiva ed una guerra come investimento è che nella prima i costi potrebbero anche superare i benefici, da un punto di vista economico, ma di sicuro il prezzo da pagare sarebbe estremamente superiore se venisse dato tempo allo Stato nemico di incrementare la sua potenza.

Ora, finita questa generale panoramica sulle opportunità economiche offerte dalla guerra, concentriamoci nello specifico sul caso dell’Iran.

Potremmo dedurre dall’articolo che Broder stia chiedendo implicitamente un attacco aereo sulle installazioni nucleari iraniane per eliminare quella che lui considera la più grande minaccia del secolo alla stabilità mondiale? In questo caso Broder avrebbe in mente una guerra preventiva. In altre parole pagare un costo oggi per evitare di subirne uno più alto in futuro. Se fosse questo l’auspicio di Broder non si capirebbe come ciò potrebbe portare ad un sostanziale miglioramento delle condizioni economiche negli Stati Uniti. L’America possiede già tutte le capacità belliche per attaccare dal cielo l’Iran, quindi a parte la richiesta di nuove bombe e probabilmente di qualche jet abbattuto, non si verificherebbero in nessun modo le condizioni per un boom indotto dal settore della produzione bellica. Anzi. L’economia americana potrebbe addirittura uscirne danneggiata a causa del prevedibile aumento del prezzo del petrolio che si verificherebbe immediatamente dopo l’attacco aereo.

Diverso sarebbe il discorso se Broder pensasse ad un attacco di terra contro l’Iran. In questo caso, i costi iniziali sarebbero di certo maggiori. Difficile anche in questo caso però pensare ad un boom indotto dal conflitto. Potrebbe esserci bisogno di una maggiore produzione di armi, non solo bombe o aerei militari, ma anche mezzi corazzati, da trasporto ecc. Il settore della ricerca e sviluppo sarebbe toccato solo in parte. Ipotizzabile per esempio la necessità di trovare nuove tecnologie in grado di rendere i soldati americani più competitivi in scenari di guerriglia urbana, oppure per la costruzione di bombe a maggiore penetrazione per colpire i bunker sotterranei. Ciononostante le capacità militari statunitensi sono già incredibilmente evolute per competere con le difese iraniane. L’America avrebbe forse bisogno di un maggior numero di soldati per occupare un Paese grande ed esteso come l’Iran. Se Broder pensa di poter riassorbire la disoccupazione americana arruolando i senza lavoro nell’esercito si sbaglia di grosso. A parte i leciti dubbi sulla riconversione di coloro che hanno perso lavoro nelle forze armate, un sistema di tipo spartano basato sulla prevalenza del settore militare sugli altri non potrebbe mai funzionare nel sistema economico americano.



Ricapitolando:

A) Una guerra preventiva compiuta con una serie di attacchi aerei non avrebbe alcun impatto economico positivo. Anzi i mercati accoglierebbero il rialzo dei prezzi del greggio con uno shock simile a quello verificatosi nel 2008.

B) Una guerra d’invasione contro l’Iran si tradurrebbe in un nuovo pantano per le forze armate statunitensi. L’impatto positivo da un punto di vista economico non sarebbe eccezionale, inoltre i costi che l’America dovrebbe sostenere per un lungo periodo non sarebbero ripagati se non prima di 10-20 anni quando, dopo una stabilizzazione dell’Iran, le imprese statunitensi potrebbero iniziare a guadagnare dagli investimenti nella ricostruzione e nello sfruttamento delle risorse del Paese islamico.



In entrambi i casi, il vantaggio politico per Obama non ci sarebbe. È al massimo possibile pensare che un Presidente in guerra possa venir riconfermato solo ed esclusivamente per mantenere una continuità di leadership in un momento delicato. Tuttavia, il popolo americano (specialmente quello politicamente vicino ai democratici) è in generale stanco delle guerre americane nel Mondo e difficilmente reagirebbe positivamente allo scoppio di un nuovo conflitto. Da un punto di vista economico il discorso cambierebbe in caso di un conflitto esteso. Come visto durante la Secondo Guerra Mondiale è innegabile come le spese militari ebbero effetti anche a breve termine sulla crescita economica statunitense. Ma in tal caso Broder starebbe davvero sperando in un conflitto mondiale, magari con l’utilizzo di armi nucleari, per far ripartire l’economia statunitense e far di Obama il Presidente più amato della storia americana??!! Mi fermo qui. Non reputo necessario proseguire oltre.

Come avete visto, mi sono sforzato, con enorme fatica, per concentrarmi unicamente e freddamente su quello che economicamente potrebbe avvantaggiare o meno gli Stati Uniti in caso di conflitto. Con quanto detto ora sono in grado di aggettivare l’articolo di Broder come falso e scorretto da un punto di vista prettaemente economico/politico. Pensare poi al “solo” fatto che attaccare l’Iran significherebbe uccidere centinaia di migliaia di innocenti, basterebbe a far rientrare il “pezzo” giornalistico di Broder nei peggiori abomini e tra le più malvagie storpiature della cultura occidentale.

In aggiunta, credo, invece, contrariamente a Broder, che nulla come una guerra all’Iran possa risultare così devastante per l’economia e l’immagine degli Stati Uniti d’America. L’aumento del terrorismo globale, il crollo dei mercati mondiali e la generale crescita dell’odio contro Washington in tutte le parti del Mondo basterebbero a spiegare l’insanità mentale di colui che consiglia una guerra contro l’Iran per il “bene” del suo Paese e del suo Presidente!

Che il Dio a cui Broder è devoto possa farlo rinsavire al più presto! E che la sua folle visione non invada le menti di qualcuno più potente di lui.

Fonte: http://politicaestera.altervista.org


 

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