Un inverno nucleare su vasta scala innescherebbe una carestia globale. Un esperto di disastri ha messo insieme una dieta del giorno del giudizio per salvare l’umanità. È facile prevedere gli effetti di un inverno nucleare frutto di un disastro. Primo, perché altrimenti a cosa servirebbero i futurologi? Secondo, perché il passato insegna. Due secoli fa la più grande eruzione vulcanica nella storia registrata ha spinto milioni di persone in Nord America ed Europa sull’orlo della carestia. Nel 1815 il Monte Tambora esplose in Indonesia, pompando polvere, cenere e anidride solforosa nell’atmosfera. L’esplosione innescò temperature gelide nell’estate del 1816, che distrussero colture e vegetazione. Gli uccelli caddero morti a milioni dal cielo. Alla disperata ricerca di cibo, la gente iniziò a mangiare procioni e piccioni. Il periodo divenne noto come “inverno vulcanico” o “anno senza estate”. In media, la temperatura globale si raffreddò di quasi 18 gradi nelle regioni tropicali. David Denkenberger, un ingegnere meccanico dell’Università dell’Alaska, usa spesso questa eruzione come esempio quando le persone gli chiedono cosa accadrebbe in caso di un inverno nucleare. “Questo è sicuramente un precedente storico”, dice lo studioso. “Ma è dura convincere la gente a pensare a questi disastri più grandi.” Denkenberger gestisce ALLFED, una Onlus che intende individuare i modi per proteggere l’approvvigionamento alimentare mondiale durante una catastrofe globale. In caso di una catastrofe nucleare, ha detto, raccogliere alimenti come funghi, alghe e persino zucchero dalle foglie potrebbe contribuire a creare una “dieta disastrosa” sostenibile.

L’inverno nucleare potrebbe avvolgere il mondo nelle tenebre.
Diversi ricercatori prevedono che una guerra nucleare su vasta scala tra India e Pakistan (che stanno entrambi espandendo i loro arsenali nucleari) provocherebbe la detonazione di 250 armi da 100 chilotoni. Ognuna più di sei volte più grande della bomba atomica “Little Boy” sganciata su Hiroshima. Uno scenario estremo, in cui una nuvola di fuliggine nera avvolgerebbe il cielo e bloccherebbe la luce solare, causando un forte calo delle temperature. I principali centri agricoli potrebbero perdere la capacità di coltivare, innescando una carestia globale. “Sarebbe un cambiamento climatico drammatico, ma soprattutto immediato”, ha detto Alan Robock, autore di un recente studio sugli effetti di una guerra nucleare tra i due paesi. “Per quanto orribili sarebbero gli effetti diretti delle armi nucleari, gli effetti indiretti sull’alimentazione mondiale sarebbero molto peggiori”.

Piccolo manuale di sopravvivenza ad un disastro nucleare.
Denkenberger afferma però che ci sono modi per sostenerci, anche se la terra diventa bruciata e cala il freddo glaciale. Un paper pubblicato nel 2008 ha mostrato come i funghi possano sopravvivere sia a un disastro nucleare termonucleare che al clima conseguente. La conclusione del documento è stata: “quando gli umani si estingueranno, il mondo sarà popolato dai funghi”.

Funghi e alghe possono crescere senza molta luce.
Anche se un inverno nucleare distruggesse trilioni di alberi, i funghi potrebbero nutrirsi di quella materia morta, creando una fonte di cibo rigenerativa che potrebbe potenzialmente nutrire tutti sul pianeta per circa tre anni, secondo le stime di Denkenberger. Poiché i funghi non si basano sulla fotosintesi, possono sopravvivere senza troppa luce. Lo stesso vale per le alghe, oggi studiate “solo” come base per biocarburanti. L’alga è una fonte di cibo davvero buona in uno scenario come questo. Tollera bassi livelli di luce e cresce in fretta. Per nutrire tutti sul pianeta, Denkenberger stima che il mondo avrebbe bisogno di circa 1,6 miliardi di tonnellate di cibo secco all’anno. Gli umani potrebbero potenzialmente far crescere quella quantità di alghe, ha detto, in tre o sei mesi.

La dieta del disastro.
Per ottenere i nutrienti adeguati a scongiurare le malattie, però, gli umani non possono fare affidamento su una singola fonte di cibo (o due). Per questo Denkenberger ha messo insieme un grafico con una vera e propria “dieta del disastro”. Ha illustrato come potrebbe essere una tipica dieta da 2.100 calorie in uno scenario post-apocalittico. La dieta prevede una miscela di carne, uova, zucchero e funghi. Include anche denti di leone e tè a base di aghi di pino, che contengono vitamina C. A fornire la vitamina E, importante per le funzioni cerebrali, penserebbero dei batteri. Denkenberger ha in programma di studiare altre fonti alimentari naturali che potrebbero crescere vicino all’equatore, dove ci sarebbe ancora un po’ di luce solare dopo il disastro (anche se la temperatura sarebbe comunque bassa).

Patate sopravviventi e sopravvissute.
“Una delle cose che ho imparato trasferendomi in Alaska è che, anche nelle zone in cui le estati sono così fresche che gli alberi non possono crescere, puoi effettivamente coltivare patate”, ha detto. Le loro foglie contengono anche fibre di cellulosa che potrebbero essere convertite in zucchero. Questo processo avviene già nelle piante da biocarburanti, che convertono la cellulosa in zucchero per produrre etanolo.

Disastro nucleare: il costo di una dieta post-disastro.
Se il sistema agricolo globale dovesse crollare, ha affermato Denkenberger, gli attuali depositi di cibo secco potrebbero alimentare circa il 10% della popolazione mondiale per cinque anni. Questo, ovviamente, è insufficiente. Il costo di tali forniture aumenterebbe anche a causa della domanda: “temo che il prezzo del cibo salirebbe così in alto che un miliardo di persone non sarebbe in grado di permettersi il cibo”. Anche immagazzinare grandi quantità di cibo prima di un disastro sarebbe costoso. Denkenberger ha affermato che uno sforzo del genere “costerebbe trilioni di dollari e richiederebbe molto tempo”. In alternativa, l’alga secca può essere prodotta per circa 2€ al kg; questo è il costo ragionevole più basso per il cibo secco in uno scenario di disastro. Ciò significa che servirebbero circa 3,2 trilioni di dollari per produrre abbastanza alghe per nutrire tutti sulla Terra per un anno – un prezzo che, ha aggiunto, quasi tutti nel mondo potrebbero permettersi di pagare.

Esistono modi creativi per produrre proteine ​​dal nulla.
Denkenberger ha proposto alcune soluzioni tecnologiche per la coltivazione di alimenti che non possono essere conservati. La Unibio, con sede in Danimarca, sta già sviluppando un modo per convertire il metano in una proteina altamente concentrata che può essere essiccata e confezionata in alimenti (per pesci). Anche la società con sede nella Silicon Valley, Calysta, utilizza gas come azoto e metano per alimentare pesci e bestiame. In una catastrofe, dice Denkenberger, quelle proteine ​​potrebbero essere utilizzate anche per nutrire gli umani in caso di disastro nucleare. Difficile che l’esperienza della Soleina, proteina prodotta dall’aria da una startup finlandese, possa tornare utile. Mancando tanta luce del sole, il processo di produzione sarebbe troppo costoso e poco efficace. Denkenberger sta lavorando a un progetto finanziato dalla NASA che studia come riscaldare il carbone senza ossigeno. Il processo di riscaldamento produrrebbe idrogeno e anidride carbonica da convertire poi in proteine.

Queste soluzioni potrebbero aiutare anche dopo altri disastri.
Denkenberger ha affermato che i dipendenti dei settori agricolo e governativo sono più preoccupati per i disastri come gli uragani che per un inverno nucleare su vasta scala. Pensa che alcune delle sue soluzioni, come l’estrazione di zucchero e proteine ​​dalle foglie, possano essere applicate per nutrire le persone durante una catastrofe locale. Ma è anche possibile conservare abbastanza cibo per un disastro grave come una guerra nucleare tra India e Pakistan. “Anche se i loro arsenali nucleari sono molto più piccoli di quelli statunitensi e russi, alcuni modelli indicano che potrebbe creare una riduzione del 10% o del 20% nella fornitura alimentare globale”, ha affermato. “Sprechiamo più cibo di quello e diamo più cibo di quello agli animali”.

Fonte: https://www.futuroprossimo.it

 


 

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