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Russia e Cina si ritengono preziosi alleati, ma questo non si traduce effettivamente nel non pestare i piedi all’altro. Come tutte le superpotenze, mantenendo rapporti di cooperazione e amicizia, sfruttano la partnership con l’altro Stato per ottimizzare i vantaggi senza rimetterci possibilità di guadagno. In Asia, più che altrove, questo è già evidente. Mosca e Pechino cercano di non intromettersi negli affari dell’una o dell’altra nazione, tuttavia sarebbe miope, nonché falso credere che entrambi non vedano con interesse la possibilità di infiltrarsi nella rete geopolitica creata dall’altro per sfruttarla sia a proprio vantaggio che, potenzialmente, a discapito dell’altro. La logica di potenza non fa sconti a nessuno e questi giganti del blocco eurasiatico, pur nella loro convergenza d’interessi su tanti fronti, non possono permettersi che vi sia l’ascesa indiscriminata dell’altro partner.

Negli ultimi tempi, la Russia in particolare ha dimostrato di essere fortemente interessata a sfruttare tutti i grandi cambiamenti geopolitici che la Cina sta provocando attraverso la Nuova Via della Seta e la nascita del cosiddetto “filo di perle” nel Sudest asiatico e nell’Oceano Indiano. Putin ha compreso che questa espansione cinese può essere un’arma a doppio taglio per la Russia che, da una parte, sa di poter sfruttare per ottenere stabilità politica e contratti commerciali, ma, dall’altra parte, ritiene anche un’incredibile mossa strategica per togliere spazio di manovra a tutte le altre superpotenze, compresa quella russa. Proprio per questo motivo, le mosse del Cremlino non sono andate nella direzione di un’acquiescenza di fronte alle grandi manovre cinesi, ma stanno andando nella direzione di un ottenimento di vantaggi anche sfruttando apertamente questo nuovo sistema sino-centrico o facendo una politica parallela e non coincidente con esso. Una conferma di questa nuova strategia del Cremlino è evidente in particolare nella partnership economica ed energetica che si è sviluppata tra Russia, Iran, India e Pakistan.

Così, mentre la Cina investe miliardi di dollari nella creazione di reti infrastrutturali che la leghino all’Asia centrale e che spostino il baricentro del continente verso Pechino, la Federazione Russa, in un tipico atteggiamento da free-rider, come sostenuto da Nicholas Trickett per The Diplomat, sfrutta questa rete per ottimizzare l’arma più importante della politica estera russa: il gas. Partendo dalla partnership con l’Iran, gli ultimi accordi siglati da Putin a Teheran prevedono circa 30 miliardi di dollari in forniture energetiche tra i due Stati, in particolare tra Rosneft e le compagnie iraniane. A questo, si aggiunge l’accordo per la vendita di greggio iraniano alla Russia per circa 100mila barili al giorno in cambio di soldi e partecipazione in progetti infrastrutturali e di ricerca. La partnership strategica fra Mosca e Teheran ha un significato duplice: da un lato, indica la volontà della strategia russa di considerare l’Iran un alleato anche in virtù del suo affaccio sull’oceano Indiano, che rende il Paese una sorta di sponda russa in un mare di fondamentale importanza geopolitica; dall’altro lato, la conclusione di tali accordi indica anche la volontà di Mosca e di Teheran di non rendersi succubi dell’espansione di Pechino intraprendendo vie alternative di sviluppo economico slegate dai fiumi di denaro cinesi.

Sul fronte energetico non va poi sottovalutato il ruolo che può avere il corridoio Cina-Pakistan per rendere più facile alla Russia la vendita del proprio gas a Islamabad. Il Pakistan è un Paese dove la domanda di gas cresce a ritmi serrati e la Cina non può fornire tutto il gas necessario a soddisfare il fabbisogno energetico. La costruzione di un’asse infrastrutturale che collega lo Xinjiang al porto di Gwadar si traduce anche nella possibilità di pipeline che rendano possibile collegare il Pakistan ai gasdotti russi. E i progetti infrastrutturali di pipeline verso il Pakistan dal Turkmenistan e dall’Iran interessano fortemente le compagnie energetiche russe, che possono sfruttare la rete per vendere il proprio gas. E già si parla di un contratto di due miliardi di dollari fra Mosca e Islamabad per la fornitura di GNL.

Più a sud, l’India è invece l’esempio più chiaro di come la Russia e la Cina abbiano interessi divergenti e di quanto sia utile a Mosca cercare di inserirsi nel mercato asiatico dell’energia anche sfruttando gli spostamenti degli equilibri generati dalla politica cinese. L’India è uno degli Stati più colpiti da questa globalizzazione made in China, che sta, di fatto, creano un muro a nord dei confini indiani e a sud nell’oceano Indiano. Nuova Delhi sta cercando in ogni modo di trovare mezzi per divincolarsi da questa gabbia imposta da Pechino e la Russia sta costruendo la sua “ariete di sfondamento”. Pochi giorni fa, l’ambasciatore russo in India, Nikolay Kudashev, ha definito i rapporti fra Mosca e Nuova Delhi come relazioni “non seconde a nessuno”: segnale tangibile del ruolo primario assegnato dalla Russia all’India. E il gas fa certamente parte di questa grande strategia di apertura al subcontinente indiano. Grazie agli investimenti indiani nel porto iraniano di Chabahar e ai contratti di Gazprom per lo sfruttamento dei giacimenti iraniani che portano gas all’India, le relazioni indo-russe assistono a una progressiva crescita di livello. E l’acquisizione del porto di Vadinar, nel Gujarati, è uno dei fiori all’occhiello di questa politica energetica russa in India. Una politica non facile, poiché dovrà mettere allo stesso tavolo Pakistan, Iran e India, ma che sta facendo nascere una cintura di terminali russi non irrilevante nell’oceano Indiano, collegando il porto iraniano di Chabahar, i porti pakistani di Gwadar e Karachi il porto indiano di Vadinar. E tutto sfruttando i sommovimenti dell’One Belt One Road.

 

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it

 


 

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