SURAT - L'incubo di una epidemia di dimensioni bibliche, di una strage di stampo manzoniano, aleggia da due giorni nel sud dell' India. La peste riappare e torna a colpire scatenando il panico a Surat, una città di due milioni di abitanti a 270 chilometri a nord di Bombay. La gente si è riversata per le strade, ha raccolto qualche oggetto e ha preso d' assalto autobus, treni, auto, camion. Almeno duecentomila persone fuggono verso Bombay lasciandosi alle spalle un cimitero. Si parla di cento morti, di un migliaio di persone ricoverate negli ospedali e negli ambulatori, impreparati ad affrontare quella che si annuncia come la catastrofe sanitaria di questo decennio. Il terrore attanaglia gli stati vicini e ogni distretto, ogni città, si prepara a contenere l' esodo di massa. In un continente come l' India, popolato da centinaia di milioni di persone, afflitto da malattie, infezioni e da carenze igieniche, il panico rischia di prendere il sopravvento e di allargare a dismisura il contagio. Il flagello questa volta si chiama peste. Peste polmonare, molto più difficile da controllare e da arginare rispetto a quella bubbonica. Basta un semplice colpo di tosse, il solo alito di un ammalato perché il morbo venga trasmesso da una persona all' altra. Così, di fronte all' emergenza, le autorità sanitarie hanno invitato la gente a restare chiusa in casa, ad evitare qualsiasi contatto, a mantenere una rigorosa igiene. Come prima misura preventiva hanno distribuito pezzi di stoffa con i quali gli abitanti di Surat si sono coperti la bocca e il naso. Da Bombay sono state inviate squadre di tecnici e di medici e dosi massicce di antibiotici e di altri medicinali, come la tetraciclina e la streptomicina, da sempre utilizzati per combattere la peste. Si è subito mobilitata anche l' Oms che si è dichiarata pronta a fornire attrezzature e personale specializzato. Ma la situazione rischia di precipitare di ora in ora in ora. Gli inviti alla calma e a chiudersi in casa cadono nel vuoto. La gente ha scelto la fuga. E questo esodo è forse la prima emergenza che le autorità di Bombay, ma ormai anche di Nuova Delhi, si stanno ponendo da due giorni. "Cerchiamo di bloccare la fuga", spiegava un rappresentante del governo della regione di Gujerat, nel cui distretto si trova Surat, "ma è praticamente impossibile. Temiamo che qualche contagiato possa trasmettere il morbo in altri stati del continente". Surat è stata dichiarata "zona disastrata". Tutti gli uffici, le scuole, i luoghi di lavoro, di svago e di divertimento sono stati chiusi e lo resteranno per almeno una settimana. Ieri mattina, questa città considerata un importante centro industriale, punto nevralgico per gli scambi commerciali di diamanti e della seta, appariva deserta. Solo pochi bus, desolatamente vuoti, circolavano per le strade. Nel pomeriggio si è diffusa la voce che anche l' acqua dei rubinetti era inquinata: le autorità di Surat sono state costrette a chiudere la rete idrica provocando nuovi disagi a quanti avevano deciso di restare in città. "E' terribile", ha raccontato Chabildas Bagaria, un uomo d' affari fuggito dalla città con sua moglie e suo figlio. "La gente vomitava sangue e moriva. Gli abitanti sono presi dal panico. Fuggono portandosi dietro ciò che possono e usano ogni mezzo di trasporto possibile". I giornali locali spiegano che il panico si è diffuso anche tra il personale degli ospedali della città che rifiuta di curare gli ammalati. I treni che passano per Surat non si fermano anche se la gente tenta degli assalti disperati. Le autorità sono intanto al lavoro per carcere di capire l' origine del focolaio. Secondo gli esperti sono due le possibili cause. Il terremoto che un anno fa aveva colpito la stessa regione, ha spinto la gente ad accumulare una quantità enorme di cereali. Il grano è rimasto per lungo tempo depositato in alcune aree e questo ha attirato decine di migliaia di ratti. Con i mesi i roditori sono aumentati a dismisura, invadendo la periferia della città. La peste ha attechito con facilità e tramite le pulci che vivono a contatto con i topi ha cominciato a contagiare l' uomo. C' è poi una seconda ipotesi: le abbondanti piogge delle ultime settimane hanno formato acquitrini e stagni. Il caldo, la scarsa igiene, l' assenza di controlli e di una profilassi hanno fatto il resto. Ancora ieri sera, Surat appariva una città fantasma. Chi aveva deciso di restare in città si radunava attorno ai falò improvvisati, la bocca e il naso stretti dai pezzi di stoffa, mentre un cordone sanitario stringeva d'assedio le principali strade di uscita nella vana speranza di bloccare gli appestati in fuga.

 24 settembre 1994

Fonte: http://ricerca.repubblica.it



SURAT - L' uomo, un vecchio avvolto in un sari ormai ridotto ad uno straccio, avanza barcollando in mezzo alla strada polverosa. Si avvicina alla nostra auto e tende la mano verso il finestrino. Vuole qualche rupia. Ma il nostro autista Shenker, sguardo dolce e malinconico, si limita a scuotere la testa. L' uomo insiste. Resta immobile, sorretto da due gambe deboli e sottili. Barcolla ancora. Sul viso scavato dagli anni e dalla sofferenza appare una smorfia di dolore. Tossisce forte, poi un rigagnolo di bava gli scende dalla bocca. Cade a terra, quasi travolto da un fiume di risciò a motore che scorre senza sosta. Il sole è appena tramontato a ovest. Dal buio delle prime ore della sera, come fantasmi che rendono ancora più spettrale quella che è ormai conosciuta come la città della morte, arrivano altre decine di persone, urlano qualcosa di incomprensibile. L' autista mi guarda impietrito dalla paura. Si stringe con la mano il fazzoletto e la mascherina che ci coprono naso e bocca e mi sibila: "Rats", topi. Lo interrogo con gli occhi: il tempo di capire dove e quando. Una manciata di secondi e l' auto è circondata da un nugolo di vecchi, donne, bambini. Tutti implorano qualcosa. Forse soldi, forse soltanto aiuto. Quegli occhi neri dietro i fazzoletti bianchi Ci infiliamo i guanti di plastica e ci spargiamo braccia e collo con un forte repellente acquistato a Bombay. Shenker è terrorizzato. Ripete: "Rats, rats". Topi, a migliaia. Sulla sinistra, ammassati sul marciapiede, figure umane, nascoste da tende, stracci, cartoni, sacchi, lamiere si muovono confusamente. Urlano e piangono. Deboli falò punteggiano questo accampamento sorto dal nulla. Uno dei tanti slum che animano la periferia di ogni città indiana. La peste, la madre di tutte le epidemie, emblema di morte e di terrore, è nata qui. E qui, ora, la gente ci blocca implorando soccorso e aiuto. Scendiamo dall' auto e ci facciamo largo tra la folla aumentata a dismisura. Ci guidano i bambini, eccitati e divertiti. Respiriamo a fatica. L' aria è opprimente. L' odore acre di zolfo, di prodotti chimici, del tipico Ddt, da noi bandito ma qui ancora usato in dosi massicce, impregna tutto, vestiti compresi. Si parla poco. L' incubo della peste, la paura di un contagio e di una morte piena di sofferenze, ha fatto presa sulla popolazione. Così si comunica a sguardi, occhi neri, intensi, che ti scrutano sopra fazzoletti bianchi. Rigorosamente bianchi, simbolo di igiene e di purezza. E ora, quegli stessi sguardi ci conducono verso qualcosa che le parole non bastano a descrivere. Tra il fango delle ultime alluvioni di agosto, rattrappito da un sole implacabile, sorgono centinaia, forse migliaia di tende e di ripari costruiti dal nulla. La gente vive ammassata, tra stracci, giacigli di paglia, pezzi di legno, sacchi di tela. E animali. Tanti. Dai maiali, alle capre, ai cani, ai gatti, ai serpenti e ai topi. La pioggia ha formato un acquitrino che costeggia questa immensa "baraccopoli". La superficie è scossa da milioni di insetti. Loro, gli abitanti dello slum, non ci fanno caso. Ma noi, nonostante il repellente che arriva a ustionarci la pelle, ci sentiamo aggrediti. E' un tappeto di insetti che si muove ondulando. I bambini, soprattutto loro, sembrano immuni. Camminano scalzi, saltando da una tavola all' altra mentre ci conducono al posto dell' orrore. Sulla sponda dell' acquitrino, illuminato da una debole pila, notiamo migliaia di topi morti e gonfi d' acqua. "Rats", indica qualcuno. Volgiamo lo sguardo disgustati, lo stomaco contratto dallo spettacolo. Torniamo indietro. Lungo il cammino tortuoso dello slum, gli abitanti ci chiamano e ci invitano a raccogliere le loro storie. Shenker, il nostro autista, ci farà da interprete. Le testimonianze rivelano una verità che gli esperti e le stesse autorità fanno fatica ad ammettere. Niente squilibrio ecologico, cereali ammuffiti o piogge malariche. Come accade sempre, la peste è arrivata con l' acqua. Acqua che le disperate condizioni igieniche di vita delle "baraccopoli" hanno infettato irrimediabilmente. Topi e uomini hanno bevuto dalla stessa fonte. Fonte inquinata dai bisogni fisiologici. Senza sistema fognario, senza condotte idriche, acque sporche e acque pulite si sono unite in un cocktail mortale. Le pulci, infettate dai ratti morti, hanno fatto il resto. E' bastata qualche puntura, una come tante altre. E' giunta la febbre, poi il dolore alle vie respiratorie, il blocco progressivo dei polmoni, la morte da soffocamento. Si credeva che fosse il bacillo della peste polmonare. Ma i bollettini dei vari centri medici sparsi per la regione, segnalano nuovi casi di peste bubbonica. In ventiquattr' ore è stato il panico. Una fuga di massa che ha visto quasi mezzo milione di persone abbandonare tutto in fretta e furia. Le autorità di Bombay e anche quelle di Nuova Delhi, dove ieri sono stati registrati i primi tre casi nel nord del continente, assicurano che la situazione è sotto controllo. Ma mai nessuno potrà garantire il blocco del contagio. I controlli, sebbene rigidi e scrupolosi, non sono in grado di creare un impenetrabile filtro sanitario. Le condizioni di vita, quelle igieniche, la povertà dilagante, l' ignoranza e la sfiducia verso la medicina tradizionale, spingono la gente a curarsi da sola. Ci sono casi in cui i parenti hanno portato via dagli ospedali gli ammalati e altri in cui gli stessi medici si sono rifiutati di soccorrere i contagiati. C' è stato anche uno sciopero del personale medico a Surat. Si è arrivati addirittura alla defezione. Un primario di patologia dell' ospedale civile della città è stato sospeso dall' ordine professionale. Non ha risposto all' appello lanciato dalle autorità e ha preferito fuggire con gli altri. Come nel celebre libro di Albert Camus, la città di Surat, prima avamposto britannico, oggi centro nevralgico per la produzione chimica, tessile e dei diamanti, si è trasformato in una piccola Orano. I topi hanno cominciato a morire. A migliaia. "Tre settimane fa - ricordano gli abitanti dello slum - li abbiamo notati sulle sponde dell' acquitrino. Morivano - precisano - sputando sangue". Ma solo venerdì scorso, quando i primi ammalati e poi i primi morti si sono trascinati sul ciglio della strada, la gente ha capito ed è scattato l' allarme. Avanziamo verso il centro città scossi dai racconti e dalle disperate condizioni di vita scoperte nella "baraccopoli". I negozi sono chiusi, le strade sono al buio, la gente cammina coperta da fazzoletti o pezzi di turbante. Ma più che esseri umani sembrano ombre che vagano senza una meta precisa. Ad ogni incrocio, posti di blocco controllano un fiume di mezzi, soprattutto camion e autobus, che lasciano la città. Militari armati, tuta mimetica blu a macchie bianche, vigilano sui marciapiedi. C' è il timore degli sciacalli ma soprattutto di rivolte. La gente si è ribellata. Le cronache dei giornali locali raccontano di proteste sfociate in manifestazione con duri interventi della polizia. Molti si sono sentiti abbandonati. Il ministro della Sanità della regione del Gujarat ha disposto l' invio di medicine e di disinfettante chimico. Ma il piano di intervento fatica a decollare, solo ieri, dopo quattro giorni di caos e di disorganizzazione, il governo ha votato un piano operativo in otto punti: dalla distribuzione di antibiotici, all' invio di unità operative, allo screening della popolazione dei comuni che circondano Surat. E poi ha deciso di inviare una forza di rapido intervento. Una città animata solo dagli spettri La città dei diamanti oggi è una città animata da spettri. Tutto è chiuso. Per una settimana ogni attività è bloccata. Funzionano solo gli ospedali. E qui, nel più grande nosocomio del distretto, sono stati allestiti tre centri d' accoglienza. Sono inseriti in un vecchio complesso di palazzine logorate dal tempo e dell' incuria. Al primo piano, in due reparti tenuti in modo decoroso, ci sono gli ammalati più poveri. Saranno in tutto un centinaio. Dormono su letti avvolti in ruvide coperte, consolati da parenti e amici. Barat Dogari ha 22 anni. Viveva nello slum che abbiamo appena visitato. Anche lui ci accenna all' acqua. Ha i brividi, ha la febbre altissima. Mi indica le ghiandole. Dice che sono ingrossate. Accanto dorme Saugi Baria, 24 anni. Fa il gommista, vive in campagna. Fatica a respirare e ogni tanto si aiuta con una vecchia bombola di ossigeno. Al piano terra c' è un terzo reparto. Pochi letti in un ambiente leggermente più pulito. "Reparto per ricchi", spiega la nostra guida. "Qui si paga e si viene trattati meglio". Ma la peste non fa distinzione. Uccide tutti. Ieri sono morti due bambini e altre ottanta persone, in una sola ora, sono state ricoverate. Cinquanta dottori e un centinaio di paramedici lottano contro il tempo e il rischio di un contagio. Si parla a gesti, scrivendo su un foglio di carta, cifre, parole, domande e risposte. Il resto si legge negli occhi lasciati liberi dalle mascherine. La fuga continua. Anche dagli slum della periferia di Surat. Una fuga caotica e disperata. Lungo la strada dissestata, piena di buche, frane e smottamenti che collega Surat a Bombay abbiamo visto sfilare carovane di camion e di autobus pieni di gente. Abbiamo trovato mezzi rovesciati, posti di traverso, gli assi spezzati e le gomme squarciate. La gente segnalava l' incidente, improvvisava nuovi campeggi, cucinava, dormiva sul ciglio della strada. Al nostro passaggio salutava, molti mantenendo un sorriso quasi disarmante di fronte a tanta desolazione. Quasi come se la peste fosse già un' altra, una delle tante, fatalità dell' India.
DANIELE MASTROGIACOMO
27 settembre 1994

Fonte: http://ricerca.repubblica.it


 

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