Con la fine del sistema comunista nell'Unione Sovietica, si è assistito ad una progressiva liberalizzazione nella consultazione degli archivi russi, la quale ha permesso di accedere man mano a documenti importanti anche nell'ambito dei rapporti cino-sovietici, chiarendo una serie di particolari prima sconosciuti degli eventi dei primi anni della storia della politica estera della Repubblica Popolare Cinese. Queste fonti hanno integrato quelle pubblicate in Cina, permettendo in qualche caso non solo di rivedere alcuni giudizi su questioni già studiate, ma perfino di illustrare o di chiarire meglio certe zone d'ombra che rimangono sulla formazione della politica cinese se vista dall'interno del PCC.

Malgrado la sua quantità, infatti, il materiale edito nella Repubblica Popolare Cinese quasi mai offre informazioni dirette sul livello più "nascosto", per così dire, degli eventi. Per fare un esempio, spesso siamo oggi in condizioni di conoscere il testo della corrispondenza diplomatica oppure delle affermazioni fatte durante i dibattiti nelle riunioni del Comitato Centrale o nell'Ufficio Politico all'inizio degli anni '50. Tuttavia, anche per la limitata utilità della memorialistica, resta spesso molto difficile andare oltre le ipotesi e spiegarsi le ragioni del comportamento dei singoli personaggi. Inoltre il fatto che gli archivi restino prevalentemente chiusi obbliga a usare con prudenza anche il materiale pubblicato. La fonte sovietica, che è più completa e diretta, consente in molti casi almeno di intuire, con una base documentaria, quel che ancora non è rivelato dal materiale cinese e di procedere con la maggiore sicurezza critica resa possibile dal possesso degli originali.

Di recente la discussione degli specialisti si è concentrata sulla discussione di un gruppo di documenti russi, resi disponibili nel quarantesimo anniversario dell'armistizio nella Guerra di Corea, che riguardano il mese trascorso fra lo sbarco delle forze delle Nazioni Unite a Inchon il 15 settembre 1950 e il 14 ottobre successivo, quando ci informano che il governo cinese comunicò definitivamente a Stalin la sua decisione di intervenire in aiuto dei nordcoreani 1) . Essi hanno messo in discussione più di un particolare ritenuto acquisito praticamente in tutta la letteratura accademica e in alcuni dettagli, come si vedrà, si prestano anche per considerazioni di carattere maggiormente generale.

Prima di entrare in questo specifico discorso, converrà riassumere per sommi capi i dati relativi al coinvolgimento della Cina nella questione coreana 2) . Durante il viaggio di Mao a Mosca dal dicembre del 1949 al marzo del 1950, il Presidente Kim Il-Sung si mise in contatto con Stalin, non sappiamo esattamente in quale modo, sebbene si sia parlato anche di sue visite in Urss nello stesso periodo, e informò il dittatore della sua intenzione di sferrare un attacco contro la Corea del Sud, lungo il confine con la quale era in corso da tempo una guerriglia fatta di piccoli episodi. Kim Il-Sung condusse di sicuro una visita in Unione Sovietica nei mesi di marzo e aprile 1950. Con Stalin espresse l'opinione che tutta l'operazione si sarebbe svolta rapidamente e gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti. Il dittatore sovietico sembra aver cautamente acconsentito al piano di Kim, precisando comunque che non avrebbe potuto aiutarlo in caso di intervento americano e che ogni decisione formale avrebbe dovuto essere presa dal governo dell'Urss come tale e non da lui personalmente. Per un aiuto maggiormente concreto ed efficace Kim avrebbe dovuto rivolgersi ai cinesi. È probabile che della cosa si parlasse anche fra Stalin e Mao, sebbene ne manchino le testimonianze dirette e certamente ciò avvenisse al di fuori dei negoziati formali che condussero all'alleanza cino-sovietica del 14 febbraio 1950 3) .

Sappiamo però che nel gennaio 1950 Kim Kwanh Hyop, un alto ufficiale dell'esercito nordcoreano, si recò in visita a Pechino e chiese che 14.000 soldati originari del suo Paese, i quali militavano nell'Armata Popolare di Liberazione (Esercito Popolare di Liberazione) cinese venissero restituiti alla madrepatria ed equipaggiati con armi cinesi. Questo progetto era uscito probabilmente dai contatti di Kim con Stalin e forse era stato concepito dal secondo, ma Mao, informatone mentre era a Mosca, lo approvò 4) . Da parte sua egli sembra aver reagito con una certa preoccupazione ai progetti di Kim e espresso il timore che gli Stati Uniti potessero intervenire in caso di attacco contro la Corea meridionale. Quest'argomento però non fu sviluppato a fondo, forse perché pareva difficile usarlo allo scopo di scoraggiare un attacco di Kim verso il Sud, nel momento in cui egli stesso cercava di ottenere, peraltro con successo, l'approvazione dell'Urss per i suoi piani contro Taiwan 5) e il Tibet 6) .

Di ritorno da Mosca nell'aprile, dopo una breve sosta in patria, Kim si recò in visita a Pechino ed incontrò di nuovo il presidente cinese 7) . Del loro colloquio non sono attualmente conosciuti verbali o minute, ma attraverso interviste gli studiosi che hanno esaminato questa pagina hanno raggiunto la conclusione che Mao ancora una volta si mostrasse preoccupato di un'energica reazione americana e chiedesse al suo ospite se prevedeva di aver bisogno di aiuti provenienti dalla Cina. Kim avrebbe risposto con una certa arroganza che le sue forze erano sufficienti e che non prevedeva un intervento da parte degli Usa. Più o meno nello stesso periodo una squadra di esperti e consiglieri militari sovietici raggiungeva Pyonyang 8) . È stata fatta l'ipotesi che Stalin prevedesse anche lui una reazione militare americana all'iniziativa di Kim, come anche che a quel punto i cinesi, i quali formalmente non si erano pronunciati contro il piano nordcoreano, sarebbero stati spinti a intervenire dalle richieste di aiuto e dalle pressioni provenienti dall'Urss e dallo stesso Kim. Stalin avrebbe cioè agito in modo "machiavellico" manovrando Mao e spingendolo verso un conflitto a cui egli stesso permetteva di nascere 9) .

Qualunque fossero i suoi pensieri in ogni caso, lo sfondamento delle linee sudcoreane il 25 giugno 1950 e la successiva decisione americana di mandare una flotta nello stretto di Taiwan, mentre le Nazioni Unite, in assenza del delegato sovietico dal Consiglio di Sicurezza, dichiaravano la Corea del Nord un paese aggressore, introdussero una dimensione nuova. In quel momento Mao stava preparando forze apparentemente destinate a uno sbarco militare a Taiwan, che in questo modo diventò impossibile. Egli vide nella decisione di Truman un attacco contro la Cina e percepì un collegamento fra la politica americana a Formosa e quella in Corea, come se Washington stesse pianificando un attacco contro la Repubblica Popolare Cinese da più direzioni 10) . Dal canto suo l'amministrazione americana stava cadendo in un equivoco simile, fondato sull'impressione che l'origine dell'invasione della Corea del Sud andasse cercata in un piano ben definito del blocco comunista.

Sul piano ideologico Mao vedeva comunque nella scelta di Kim una "guerra rivoluzionaria", ma lo sviluppo della situazione lo fece riflettere che in prospettiva avrebbe potuto essere messa in pericolo la sicurezza stessa della Cina. Nel mese di agosto, mentre altri soldati coreani che militavano nell'Esercito Popolare di Liberazione erano rimandati in patria, più ingenti forze furono dislocate dalla parte cinese del confine ed altri preparativi furono fatti per la possibilità di un coinvolgimento cinese nella guerra.

Nel settembre le operazioni militari presero la piega che conosciamo. Dopo lo sbarco a Inchon l'armata di Kim, che imprudentemente si era spinta troppo a Sud, fu rapidamente ridotta in condizioni disperate e Seul fu riconquistata e restituita dal generale MacArthur al governo di Syngman Rhee. Intanto, dopo una schermaglia diplomatica alle Nazioni Unite, seguita al ritorno del delegato sovietico, il 29 settembre i primi contingenti sudcoreani passavano il 38° parallelo e entravano nella Corea del Nord.

È sulla fase che inizia con questo episodio che i documenti sovietici aperti alla consultazione nel 1993 ed ora in gran parte tradotti in inglese gettano luce, permettendo di ridiscutere certi punti delle fonti cinesi e di cogliere indirettamente elementi e linee di tendenza prima più oscuri, nel decision making a Pechino.

Dopo che Kim Il-Sung chiese aiuto a Mosca, i nuovi documenti ci dicono, l'Ufficio Politico dell'Unione Sovietica escluse un intervento diretto dell'Urss nel conflitto perché avrebbe potuto portare ad uno scontro diretto con gli Stati Uniti e suggerì di incoraggiare oltre ad ulteriori iniziative all'Onu, di rivolgersi alla Cina, per quanto in una forma ancora cauta. Intanto il 30 settembre Zhou Enlai lasciava cadere un primo forte avvertimento agli occidentali, inserendolo in un'allocuzione alla Conferenza Politica Consultiva del Popolo Cinese e dedicata anche ad altri temi internazionali 11) . Forse incoraggiato dai suoi toni, alle tre di mattina del 1° ottobre Stalin mandava un telegramma a Pechino e chiedeva ai leader cinesi di inviare cinque o sei divisioni verso il 38° parallelo, così da permettere alle forze di Kim di riordinarsi sotto la loro protezione, sottolineando le loro pessime condizioni e ponendo in chiaro che tutte le responsabilità militari relative a questa operazione sarebbero state gestite da comandanti cinesi. Suggeriva inoltre che era opportuno usare il termine "volontari" per denominare le forze mandate in Corea. Se quest'ultimo suggerimento conferma la sua preoccupazione di evitare una scontro formale fra la Cina e gli Stati Uniti, il resto del telegramma indica la sua cura di non urtare la sensibilità dei cinesi e di riconoscere la parità del loro ruolo nell'operazione. Ci pare interessante tuttavia, che anche in questo caso, come nelle conclusioni del Politburo compaia ancora un'incertezza intorno alle loro intenzioni. Prima di chiedere l'invio delle divisioni, Stalin usava la formula: "se nella presente situazione considerate possibile inviare truppe in aiuto dei Coreani” 12) . Lo stesso giorno comunque anche Kim Il-Sung rivolgeva una richiesta di aiuto alla Cina 13) .

È da quel momento in particolar modo in poi che i nuovi documenti aggiungono qualche cosa alle conoscenze precedenti. Il primo caso e il più importante riguarda il modo in cui prese forma la decisione cinese di entrare nel conflitto.

Sapevamo da tempo che a partire dal 2 ottobre si apri un dibattito 14) nel Comitato Centrale e che esso continuò nei giorni successivi. Si presentò infatti una corrente di forte opposizione all'ingresso in guerra, contro il quale si schierarono numerosi membri dell'Ufficio Politico, fra cui Lin Biao, Zhou Enlai, Ren Bishi e Chen Yun. Le obiezioni del primo rispecchiavano punti di vista largamente condivisi dai comandanti militari cinesi. L'Esercito Popolare di Liberazione era stanco dopo il lungo periodo della guerra civile; per di più mancava di forze aeree e navali, era armato più poveramente dei contingenti americani che combattevano sotto la bandiera delle Nazioni Unite e sembrava pericoloso esporlo ad uno scontro con un potente esercito equipaggiato in modo moderno. Lin Biao, al quale Mao aveva pensato per comandare la spedizione, si sottrasse e furono poi portate come motivo le sue condizioni di salute.

Gli oppositori poi aggiungevano altre preoccupazioni. Le condizioni generali del Paese, con un debito pubblico elevato e un alto tasso di inflazione, sconsigliavano un'operazione così impegnativa, mentre a poca distanza dalla fine della guerra civile, con residui di combattimenti e zone non pacificate qua e là, si temevano rischiosi rimbalzi interni. Inoltre gli Stati Uniti possedevano la bomba atomica. A questi argomenti se ne contrapponevano altri. In particolare Mao, sostenuto da Gao Gang e dal Capo di Stato Maggiore Nie Rongzhen, insistette sulla solidarietà nel campo socialista e sul fatto che se la Cina avesse soccorso ora la Corea, in futuro avrebbe potuto contare su un'analoga protezione da parte dell'Urss. Egli vedeva come inevitabile il confronto con l'America dopo l'invio della VII flotta nello stretto di Taiwan e, fra i vari scenari di un possibile scontro, pensava che per la Cina la Corea fosse il più favorevole. Il discorso del possesso americano dell'arma nucleare non pareva decisivo, fra altre ragioni perché sembrava dubbio che gli Stati Uniti ne avrebbero fatto uso; e inoltre l'Urss possedeva la stessa arma. Secondo le fonti cinesi pubblicate il 2 ottobre l'Ufficio Politico del PCC decise di inviare un contingente militare oltre lo Yalu. Il 3 Zhou Enlai rivolse il suo celebre ammonimento attraverso l'ambasciatore indiano Panikkar.

A questo punto la ricostruzione dei fatti presenta un primo problema. I documenti cinesi pubblicati comprendono un lungo telegramma che il Comitato Centrale inviò a Stalin. Mao lo informava della decisione di mandare i volontari, affermando che, altrimenti, in caso di completa vittoria occidentale 15) "gli invasori americani sarebbero più rampanti e questa situazione sarebbe sfavorevole per l'intero Oriente". Mao tuttavia non nascondeva il timore che gli Stati Uniti dichiarassero guerra alla Cina e che il territorio e le città cinesi fossero sottoposte ad un attacco aereo o navale. Si prevedeva che il maggior pericolo sarebbe stato corso se tutto questo fosse accaduto senza che nel frattempo il corpo di spedizione cinese fosse riuscito a distruggere completamente la poderosa ottava armata americana e il resto delle forze alleate.

Stalin veniva poi informato che le divisioni di Pechino, dopo essere entrate in Corea, non necessariamente si sarebbero avvicinate al 38° parallelo e avrebbero affrontato i nemici solo a Nord di quel confine in operazioni limitate e difensive. "... Le nostre truppe aspetteranno l'arrivo delle armi sovietiche e di essere equipaggiate con quelle armi. Solo allora, in collaborazione coi camerati nordcoreani, lanceranno una controffensiva per distruggere gli invasori americani". L'ultima parte del telegramma esponeva il problema dell'inferiorità negli armamenti da parte dei cinesi e concludeva che la Cina doveva essere pronta a mettere in campo quattro volte più soldati del nemico, così da compensare col numero le altre forme di superiorità dell'avversario. Oltre alle dodici divisioni che si inviavano in Corea, veniva detto che se ne stavano muovendo altre ventiquattro in territorio cinese, da utilizzare eventualmente poi l'anno successivo (in effetti risultarono poi trentasei le divisioni che diedero battaglia all'esercito di MacArthur).

Questo telegramma ha creato una vivace discussione storiografica, poiché non c'è traccia negli archivi sovietici, i quali invece contengono un altro telegramma, che riporta la risposta di Mao alla richiesta inoltrata da Stalin il 1° ottobre, ma che è profondamente diversa dal testo che abbiamo sopra riassunto 16) . Vi si diceva che l'invio di "poche divisioni" in Corea avrebbe portato "conseguenze estremamente serie". Gli americani avrebbero potuto costringere i cinesi a ritirarsi e dichiarare guerra alla Cina, col risultato di trascinarvi anche l'Unione Sovietica. Apertamente era spiegato che:

"Molti compagni del CCCPC (Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese), giudicano necessario mostrare cautela a questo punto. Certamente farebbe molto male ai compagni coreani, che si trovano ora in così grandi difficoltà, non inviare le truppe e non assisterli, e noi ce ne rendiamo conto acutamente; ma se noi facciamo avanzare parecchie divisioni e il nemico ci obbliga a ritirarci e ciò per giunta provoca un conflitto aperto tra gli Usa e la Cina, tutto il nostro piano per una costruzione pacifica verrà completamente rovinato e molti nel Paese resteranno scontenti (le ferite inflitte al popolo dalla guerra non si sono rimarginate e abbiamo bisogno di pace)... ".

Veniva suggerito che i nordcoreani tentassero di resistere attraverso la guerriglia, ma si precisava anche che il governo di Pechino non aveva ancora raggiunto una decisione definitiva. Mao concludeva che desiderava consultarsi con Stalin e che, se egli fosse stato d'accordo, Zhou Enlai e Lin Biao sarebbero partiti in aereo, l'avrebbero raggiunto nella sua casa di villeggiatura e avrebbero discusso con lui della cosa.

L'ambasciatore sovietico Roschin commentava questa risposta, trasmessa da lui stesso a Mosca, con l'ipotesi che i cinesi avessero fatto un passo indietro rispetto ad assicurazioni che egli aveva ricevuto a voce in precedenza da Mao e Liu Shaoqi e che fossero stati dissuasi ad agire dal Primo Ministro indiano Nehru.

La pronunciata diversità fra le due testimonianze ha sollecitato ulteriori ricerche. Dopo che era stata fatta l'ipotesi che il documento cinese fosse un falso, un ulteriore controllo sembra aver appurato che l'originale è autografo di Mao, che ne esisterebbe un'altra copia più lunga e che mancano però dal primo tutte le annotazioni, usuali in questi casi, ivi compresa quella dell'ora dell'invio. È logico pensare quindi che esso sia stato steso, ma non inviato. Il paragone perciò fra i due testi apre diversi spiragli.

Uno è che Mao, dopo aver redatto una bozza, dovette sottoporne un'altra versione, non sappiamo in quali circostanze, ai membri (tutti?) del CC e poi, per la resistenza di alcuni di loro, un messaggio abbastanza diverso, e opposto nelle conclusioni, fu consegnato all'ambasciatore russo, proponendo nello stesso tempo la missione di Lin e Zhou 17) , le cui finalità venivano spiegate in modo abbastanza diverso dagli storici prima della conoscenza di queste carte 18 ). Ci pare però che un'altra sfumatura si possa aggiungere. Il documento cinese dice che le divisioni di volontari sarebbero passate all'offensiva dopo essere state equipaggiate con armi sovietiche, ma in quel momento non c'era ancora un impegno di Stalin a questo genere di collaborazione. Non si dovrebbe poter escludere che l'opposizione di una parte dell'Ufficio Politico facesse perno proprio su questo punto e che, mancando garanzie ben definite dall'altra parte, venisse adottata alla fine una linea almeno in apparenza puramente negativa e due fra i principali critici dell'intervento fossero inviati in Russia.

Sappiamo poi che lo statista georgiano rispose con una lettera, la quale dovette arrivare a Mao verso il 6 ottobre. Egli insisteva sulla sua richiesta e chiariva che cinque o sei divisioni rappresentavano "un minimo non un massimo". La Corea, secondo lui, rischiava di trasformarsi nel punto di partenza di un attacco americano, o eventualmente in futuro giapponese, contro la Cina. Egli avanzava l'opinione, però, che gli Usa non erano pronti a una guerra contro la Cina, che il Giappone non aveva ricostituito i suoi arsenali militari e non era pronto ad aiutare gli americani, che l'esistenza dell'alleanza cino-sovietica avrebbe obbligato gli Stati Uniti ad accettare una soluzione finale "favorevole alla Corea". Più ampiamente questo sviluppo avrebbe obbligato gli Stati Uniti ad abbandonare Taiwan e a rinunciare al piano di trasformare il Giappone nel loro principale alleato militare o di incoraggiare nuove forme di imperialismo giapponese. Stalin ammetteva la possibilità che le cose andassero differentemente e che "per considerazioni di prestigio" gli Usa scatenassero una guerra di grandi dimensioni contro la Cina, se questa fosse intervenuta in Corea, coinvolgendovi l'Urss come conseguenza del trattato di alleanza del 1950. Concludeva però che anche in questo caso sarebbe stato meglio andare allo scontro in quel momento invece che più tardi, quando il riarmo del Giappone fosse stato completato e tutta Corea sarebbe stata controllata da Syngman Rhee.

Sempre da fonti russe sappiano che egli ricevette il 7 ottobre un'altra lettera da Mao. Pare che in quest'occasione il presidente cinese esprimesse in linea di massima approvazione per i punti di vista manifestati dal suo interlocutore e parlasse di mandare non sei, ma nove divisioni, precisando però che prima si sarebbe dovuto aspettare del tempo e chiedendo ancora una volta al dittatore sovietico di ricevere i suoi inviati. Questa seconda missiva fu inviata dopo altre discussioni nel Comitato Centrale 19). Essa in ultima analisi sembra confermare che l'opposizione all'intervento in Corea non veniva da Mao il quale, proprio per questa ragione, verosimilmente desiderava che alcuni fra i più rappresentativi fautori del partito contrario confrontassero i loro punti di vista con Stalin direttamente.

Anche le conversazioni fra Lin e Zhou con quest'ultimo presentano alcuni problemi. Il 9 e il 10 ottobre i due gli fecero visita in una sua dacha sul Mar Nero e il problema venne nuovamente discusso. Anche in questo caso c'è una discordanza fra le fonti sovietiche e quelle cinesi.

Da parte cinese abbiamo infatti appunti e minute di varie figure, l'interprete, un segretario amministrativo ecc., che accompagnarono i due membri dell'Ufficio Politico. Da parte sovietica ci sono documenti d'archivio, non ancora pubblicati o tradotti, e un'intervista concessa dall'interprete, N. T. Fedorenko, che ha preceduto la pubblicazione, per ora ancora soltanto annunciata, dei suoi appunti. Sappiamo che i cinesi insistettero sulle ragioni di natura economica e di carattere interno, che consigliavano la prudenza. Stalin a sua volta ventilò la distruzione del socialismo in Corea e il pericolo che sarebbe divenuto attuale per la Cina nel momento in cui un'armata potenzialmente nemica si fosse schierata sul lungo confine dei fiumi Yalu e Tumen. Sia pur di malanimo, in caso la Cina avesse insistito a tenersi fuori, consigliò di offrire un "santuario" nel loro territorio all'armata di Kim Il-Sung. Tornò ancora sui suoi argomenti, per i quali gli americani avrebbero evitato di scatenare una guerra generale, e affermò di nuovo che, nell'improbabile eventualità che lo avessero fatto, l'Urss era pronta a raccogliere la sfida. Al centro delle discussioni Zhou gli domandò se l'Unione Sovietica avrebbe offerto una copertura aerea alle truppe cinesi, al che Stalin avrebbe dato una risposta in linea di massima positiva e promesso di contribuire ai rifornimenti militari e alla loro sostituzione. Le differenze fra i resoconti di questi colloqui toccano due punti. Le note di un impiegato al seguito della delegazione cinese dicono che i due avrebbero deciso di informare Mao con un telegramma firmato da entrambi, ma di questo particolare non c'è traccia nei documenti sovietici. Analogamente le prime dicono che Zhou, tornato la mattina del giorno 11 a Mosca, sarebbe stato informato per telefono da Molotov che l'Urss non avrebbe dato alcun contributo militare all'intervento. Tali diversità hanno stimolato un'ipotesi molto radicale. Poiché i dirigenti sovietici dell'epoca non avevano l'abitudine di trattare affari del genere per telefono, e anche l'idea del telegramma a due firme risultava assai insolita, è possibile che la testimonianza proveniente dal seguito di Zhou e Lin fosse un falso intenzionale. In altre parole il Primo Ministro in particolare avrebbe fatto stendere un testo, il quale con la notizia che Mosca non intendeva aiutare la Cina, servisse a pesare in patria contro l'orientamento, di segno opposto, tenuto da Mao. Un telegramma di Zhou, anch'esso conosciuto solo indirettamente, confermerebbe che quest'ultimo comunicò a Pechino che l'Urss non avrebbe dato gli aiuti 20) .

Qualunque giudizio si possa dare di questa ipotesi, alla fine, dopo un'altra riunione del Comitato Centrale del PCC, di cui era peraltro nota l'importanza già precedentemente, sappiamo che Mao si recò a trovare Roschin il 13 ottobre e lo informò che l'intervento era stato deciso. Uno dei due telegrammi che l'ambasciatore inviò riferiva le spiegazioni del presidente cinese. Quest'ultimo gli avrebbe detto che era necessario mandare le divisioni in Corea (nove subito ed altre in seguito) per evitare che si costituisse una grave minaccia al confine e che d'altra parte si erano dissipate le incertezze nutrite in precedenza "intorno alla situazione internazionale... all'assistenza sovietica per noi... e alla copertura aerea". Quest'ultimo punto, disse Mao, rappresentava ancora il problema principale ed egli sperava che al più tardi entro due mesi essa diventasse operativa.

Egli aggiunse poi un'altra richiesta, che suona in effetti come una condizione implicita: "in questo momento il governo della Repubblica Popolare Cinese non è in condizioni di pagare in contante per gli armamenti consegnati. Esso spera di ricevere le armi a credito. Perciò il bilancio del 1951 non verrà alterato e sarà più facile spiegarlo ai democratici ...". Roschin comunque concludeva che la decisione era stata presa e apposite istruzioni sarebbero state inviate a Zhou che si trovava ancora a Mosca 21) .

Torniamo ora alle nostre osservazioni iniziali sulle nuove informazioni offerte da queste fonti. Rispetto a quanto era prima conosciuto, appare chiaro che le obiezioni di natura non esclusivamente militare dovettero avere un peso piuttosto consistente. Gli storici cinesi hanno insistito, senza dubbio a ragione, sul ruolo di Lin Biao, ma, pur nella nebbia che lo avvolge, l'episodio delle conversazioni del 9-10 ottobre, mostra un Zhou Enlai che resiste attivamente alle pressioni sovietiche. Più sottilmente sorge l'impressione che egli si servisse del problema della presunta mancanza di copertura aerea sovietica, ma fa sorgere il dubbio che le sue effettive motivazioni fossero diverse. All'opposto l'immagine di Mao che, malgrado l'esito delle conversazioni del 9-10 ottobre (in ogni caso egli non sarebbe stato informato in quel momento che Stalin era disposto a dare la copertura aerea), continua a favorire l'intervento, consolida quel che si ricava dal suo telegramma del 2 ottobre nella versione cinese e dai suoi argomenti degli stessi giorni al Comitato Centrale. Nell'interpretazione che ne danno gli storici cinesi, aldilà delle considerazioni stesse di natura strategica, il confronto con gli Stati Uniti rappresentava per lui la resa dei conti con la potenza straniera 22) , che più di ogni altra esprimeva ancora la tendenza a mantenere la Cina in una condizione di inferiorità, umiliando la sua grande tradizione storica, e malgrado tutto teneva ancora in vita l'imperialismo dei cento anni precedenti.

Forse possiamo anche avvicinarci ad approfondire un altro aspetto del sistema politico cinese dell'epoca. La letteratura giornalistica e qualche volta gli storici occidentali si sono lasciati andare ad affermazioni sulle correnti che si sarebbero fronteggiate all'interno del PCC già nei primi anni della repubblica. I documenti cinesi però non hanno mai offerto consistenti pezze d'appoggio a queste teorie. Ora l'itinerario della decisione per l'intervento in Corea mostra abbastanza chiaramente che soltanto quando certi elementi furono acquisiti dal partito contrario, l'autorità di Mao prevalse alla fine. La stessa decisione di inviare Lin e Zhou a Mosca sembra sottintendere che la responsabilità di sottrarsi alle richieste di Stalin doveva essere assunta da chi si era mostrato critico verso queste ultime. In sostanza, ferma restando la sua autorità e il suo ruolo centrale, Mao appare qui fortemente condizionato dagli altri membri del Comitato Centrale, al punto che solo quando le ragioni della loro opposizione cadono, secondo una logica oggettiva, i suoi argomenti hanno partita vinta. La lezione finale potrebbe essere che all'inizio degli anni '50 su decisioni di natura tanto importante potevano presentarsi vere e proprie divisioni di schieramenti, mentre una certa collegialità nei processi decisionali al vertice del Partito Comunista era anche, all'occorrenza, effettiva.

Infine abbiamo l'impressione che questo nuovo materiale ci dica qualcosa ancora sulle ragioni interne che contribuirono a spingere Mao verso l'intervento. Il 13 ottobre, comunicando a Zhou Enlai l'oramai definitiva decisione, il presidente aveva scritto:

"...L'adozione della politica attiva sopra menzionata è favorevole alla Cina, la Corea, l'Oriente e il mondo. Se noi non mandiamo le truppe, i reazionari in patria e all'estero si riempirebbero di arroganza nel momento in cui le truppe nemiche premessero sul fiume Yalu..." 23) .

Ora è difficile interpretare qui esattamente cosa si volesse dire col termine "reazionari". È abbastanza logico che ci si riferisse a chi ancora non si era rassegnato alla vittoria dei comunisti nella guerra civile, ma pare ancora più interessante il fatto, richiamato nell'ultimo telegramma di Roschin a Stalin, sopra analizzato, che i "democratici" potessero essere dissuasi dalla loro opposizione facendo cadere le preoccupazioni per i contraccolpi negativi della partecipazione alla guerra sulla finanza statale. Nel 1950 il sistema comunista prevedeva l'esistenza di formazioni politiche le quali, più o meno nominalmente, fiancheggiavano il PCC come forza di governo, mentre personalità non comuniste occupavano ancora posizioni di prestigio. Queste forze rappresentavano in gran parte quella che nel linguaggio ufficiale era la "Borghesia Nazionale", alla quale veniva lasciato uno spazio nell'organizzazione dell'economia e dello Stato. In politica estera però Mao vedeva almeno in una parte di queste forze gli avversari della sua strategia di alleanza con l'Urss e, anche per batterle, aveva voluto l'alleanza del 14 febbraio 1950, invece di soluzioni meno vincolanti come una dichiarazione o un comunicato congiunto che risolvessero i problemi suscitati dalla vecchia sistemazione tra l'Urss e il governo nazionalista del 1946.

Insomma compare qui un sintomo del fatto che tra le forze politicamente attive, ma diverse dal PCC in senso proprio, che in questo caso inglobavano genericamente oppositori e fiancheggiatori del regime, gli argomenti contro l'ingresso nella guerra potessero fare da collante. Si accenna cioè la possibilità che le obiezioni presentate all'interno del Comitato Centrale, già solide per l'atteggiamento della maggioranza dei capi militari, avrebbero probabilmente rischiato di alimentare un vasto scontento trasversale attraverso tutta la società. Sembra logico pensare che sopratutto avrebbero finito per rendere più debole una delle linee meglio definite dell'intera politica di Mao, la quale vedeva appunto nell'alleanza con l'Urss, che sarebbe stata indubbiamente sottoposta a tensione se la Cina non fosse intervenuta in Corea, uno degli strumenti principali per restituire alla Cina lo status di grande potenza 24) .

La necessità di prevenire tutto questo, anche se con modalità che ancora una volta possiamo soltanto provare ad intuire, influì probabilmente sullo sviluppo delle discussioni nel PCC e probabilmente spinse Mao a chiedere ai sovietici, oltre all'indispensabile copertura aerea per i suoi "volontari", certe condizioni di carattere finanziario.

di Valdo Ferretti



Note

1 Stalin, Mao, Kim And China's Decision To Enter The Korean War; September 16 October 15, 1950: New Evidences From The Russian Archives article and translation by Alexander Y. Mansourov, 'Cold War International History Project' Bulletin, Wodrow Wilson International Center for Scholars, (d'ora in avanti ' CWIHP ' bulletin"), n. 5/6, 1996.
2  Restano del tutto al di fuori del nostro discorso gli aspetti più propriamente generali e internazionali relativi alla guerra di Corea. Rispetto a questi, ci limitiamo a ricordare, nella ricchissima letteratura, due recenti opere, W. Stueck, The Korean War: An International History, Princeton, 1995, nonché, B. Cumings, The Origins of the Korean War, 2 vols., Princeton, 1981-90.
3  S. N. Goncharov, J. W Lewis and Xue Litai, Uncertain partners Stalin, Mao and the Korean War, Stanford, 1993, specialmente pp. 136ss.
4  La testimonianza fondamentale di questo passaggio è Nie Rongzhen, Nie Rongzhen Huiyilu (Memorie di Nie Rongzhen) vol. 3, Beijing, 1986. Di quest'opera esiste una traduzione inglese col titolo, Inside the Red Star: The Memoirs of Marshal Nie Rongzhen, Beijing, 1988.
5   Cfr. in particolare, Hao Yufan and Zhai Zhihai, China's Decision to Enter the Korean War: History Revisited, " The China Quarterly ", N. 121, 1990, pp. 94-115, specialmente p. 100.
6  Stalin's Conversations with Chinese Leaders, Conversation between Stalin and Mao, 22/1/1950, ‘CW1HP' bulletin, cit. , doc. n. 2. Risulta da questa conversazione che Stalin diede la sua approvazione all'attacco cinese contro il Tibet, e che Mao apprezzava la collaborazione militare sovietica a questo scopo.
7  Ibidem, p. 100; S. N. Goncharov et al., cit., pp. 145-6.
8  lbidem, p. 149.
9  Per tutte queste informazioni e questo giudizio, S. N. Goncharov et al., Uncertain Partners…, cit., cap. V.
10 Hao Yufan and Zhai Zhihai, China's Decision to Enter the Korean War: History Revisited, cit., pp. 100-1.
11  La parte centrale di questo discorso è tradotta in, S. N. Goncharov et al., cit., pp. 273-4.
12  'CWIHP' bulletin, cit., doc. n. 10.
13 S. N. Goncharov et al., cit., pp. 175-6.
14 Ibidem, p. 176-80. Hao Yufan and Zhai Zhihai, China's Decision to Enter the Korean War: History Revisited, " cit. , pp. 104-6.
15 Riportato in S. N. Goncharov et al., cit., pp. 275-6, nonché in Chen Jian, China's Road to the Korean War. The Making of the Sino-American Confrontation, New York, 1996, pp. 175-7. Originariamente pubblicato in Jianguo Yilai Mao Zedong Wengao Diyi Ce (Manoscritti di Mao Zedong successivi alla fondazione della Repubblica), voi. I, Beijing 1987, pp. 539-41.
16 'CWIHP' bulletin, doc. n. 12.
17 Chen Jian, op. cit. , Paperback Edition, pp. X-XII. Cfr. le osservazioni di A. Y. Mansourov, in, 'CWIHP' bulletin, cit. , p 19 nota n. 5.
18 Cfr. per esempio, Hao Yufan and Zhai Zhihai, China's Decision to Enter the Korean War : History Revisited, cit., pp. 110-1.
19 'CWIHP' bulletin, cit., doc. n. 13. Il contenuto di entrambi i documenti citati nel testo si ricava da una lettera, appunto qui tradotta, di Stalin a Kim Il-Sung, con data 8/10/1950, inoltrata attraverso l'ambasciatore a Pyongyang Shtykov, che fu incaricato di leggerla a Kim ma non di consegnarla. Cfr. A.Y. Mansourov, ibidem, pp. 11-2.
20 A.Y. Mansourov, 'CWIHP' bulletin, cit., pp. 14-5. S.N. Goncharov et al., cit., pp. 188-91.
21 'CWIHP' bullein, doc. n. 19.
22 Per quest'interpretazione cfr. sopratutto l'opera di Chen Jian, citata passim.
23 Mao a Zhou Enlai, 13/10/1950, tradotto in S.N. Goncharov et al., cit., pp. 281-2.
24 Questo punto è ulteriormente toccato da chi scrive nel suo intervento su: "Autonomia diplomatica e proiezioni verso il futuro nella politica estera cinese alla nascita della Repubblica Popolare Cinese", presentato al VI Convegno Nazionale di Studi Cinesi (A.I.S.C.).

Fonte: http://www.tuttocina.it




 

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