Intanto che Urss e Cina stavano aiutando il Vietnam contro l'occupazione americana il conflitto dentro il mondo comunista stava arrivando ad una vera guerra. Nell'anno 1969, partendo dagli scontri lungo il fiume Ussuri, una guerra tra Urss e Cina avrebbe facilmente portato all'impiego di armi nucleari in Asia, poiche' anche Pechino disponeva di alcune testate atomiche (il primo test nucleare di Mao fu' effettuato nel 1964). Si parla poco di questo periodo, eppure dietro le quinte della geopolitica devono essere successe cose enormi. Ecco degli articoli utili per capire meglio...

 

 

 

 

Durante la Guerra Fredda, uno delle ipotesi più temute vedeva uno scontro convenzionale su un fronte secondario fra USA e URSS evolvere fino al confronto nucleare e all’inevitabile M.A.D. (Mutual Assured Destruction).

La notizia uscita qualche giorno fa su varie testate evoca uno scenario simile, anche se con la partecipazione di una inedita “alleanza”: un autore cinese, Liu Chenshan, ha rivelato che nel 1969, nel pieno della guerra di confine che vedeva contrapposte Pechino e Mosca, il Cremlino considerò la possibilità di impiegare armi atomiche contro la Cina, ma venne fermato da una esplicita minaccia di ritorsione lanciata dall’amministrazione statunitense.

I fatti sarebbero questi: nell’agosto del 1969, preoccupata dello sviluppo del programma atomico cinese ed esasperata dai frequenti scontri di confine con centinaia di morti da ambo le parti, Mosca comunicò ai propri alleati la volontà di “cancellare la minaccia cinese e di disfarsi di questo moderno avventuriero”. Negli stessi giorni l’ambasciatore sovietico a Washington prospettò a Kissinger l’eventualità del ricorso all’arma nucleare contro la Cina, chiedendo agli USA di restare neutrali. La Casa Bianca fece filtrare la notizia alla stampa e il 28 agosto il Washington Post rivelò l’intenzione di Mosca di impiegare testate atomiche su una serie di obiettivi cinesi.

Prosegue l’articolo: in ottobre, al culmine della crisi, la classe dirigente cinese aveva abbandonato la capitale in vista dell’attacco sovietico. Mao raggiunse Wuhan, al centro della Cina; il suo braccio destro, il generale Lin Biao, spostò il suo comando a Suzhou, mentre lo stato maggiore generale si installò dentro una serie di bunker costruiti a ovest di Pechino. Alle tre forze armate venne ordinato di lasciare le basi troppo vulnerabili, mentre vennero distribuite armi agli operai per contrastare il lancio di paracadutisti dell’Armata Rossa. Il 15 ottobre Mosca tentò di nuovo di saggiare la reazione americana. L’amministrazione statunitense – il presidente era Nixon – rispose minacciando la ritorsione. L’avvertimento funzionò e l’opzione nucleare venne abbandonata dal Cremlino: Cina e Russia risolsero le dispute di confine al tavolo negoziale.

A sostegno di questa ricostruzione l’articolo riporta alcune citazioni. Il 15 ottobre 1969 il premier Kosygin informò il leader sovietico Brezhnev che Washington aveva dichiarato gli interessi della Cina strettamente connessi ai propri, e aveva già predisposto piani dettagliati in vista di una guerra nucleare contro l’URSS.

“[The United States] has clearly indicated that China’s interests are closely related to theirs and they have mapped out detailed plans for nuclear war against us.”

Lo stesso giorno Dobrynin, ambasciatore sovietico a Washington dai tempi della crisi dei missili di Cuba, riferì sempre a Brezhnev un messaggio analogo.

“If China suffers a nuclear attack, they [the Americans] will deem it as the start of the third world war. The Americans have betrayed us.”

Anche se l’autore non specifica da quali archivi abbia ricavato le sue informazioni, notano diversi giornali che il fatto che l’articolo sia stato pubblicato su Historical Reference, una rivista legata al Quotidiano del Popolo (l’organo ufficiale del partito comunista cinese) potrebbe indicare che la ricerca sia stata realizzata accedendo a documentazione fino ad ora inaccessibile. La notizia, definita straordinaria dal Telegraph, è rimbalzata su diversi media.

Su Foreign Policy Journal, da non confondere con il più prestigioso Foreign Policy, K. R. Bolton spiega che in realtà i fatti scoperti da Liu Chenshan erano in qualche modo già conosciuti dagli addetti ai lavori.

Jung Chang and Jon Halliday, in their book Mao: "The Unknown Story", allude to an article at the time published in a London newspaper “by a KGB-linked Russian journalist Victor Louis”, who had been Russian emissary to Taiwan, stating that the Kremlin was discussing bombing China’s nuclear test site, and planning to set up an “alterative leadership” for the Chinese Communist party [J Chang and J Halliday. Mao – the Unknown Story (London: Jonathon Cape, 2005), p. 572]. Moreover it was U.S. President Richard Nixon’s aide John Haldeman who seems to have first broken the nuclear attack story in his memoirs in 1978 [H R Haldeman, The Ends of Power, (New York: New York Times Books, 1978)].

Sull’intera vicenda è opportuno segnalare la disponibilità di una serie di documenti desecretati raccolti sul sito della George Washington University: "The Sino-Soviet Border Conflict, 1969: U.S. Reactions and Diplomatic Maneuvers".

Il 21 marzo del 1969 un rapporto della CIA affermava che, a dispetto dell’intensità degli scontri in atto, “There is no evidence, however, that either is planning to escalate the level of conflict or widen it to other disputed areas”. Già il 3 giugno tuttavia, un documento del Dipartimento di Stato riferiva che:

“NCNA [New China News Agency] on June 2 published an unusually frank and pessimistic warning to the mainland Chinese population that the Soviet Union is preparing to launch a war against China which might involve nuclear weapons. [...] Further, the article cited as Soviet military doctrine the necessity of relying on nuclear missilens and asserted that the USSR ha “continually clamored” about missiles with nuclear warhead near Lake Baikal and in Mongolian territory aimed at China. We are unaware of any Soviet missile claims with respect to the border areas, though Peking may have discovered the remarks of a local official or provisional commander susceptible to this interpretation. However, the Soviets did, shortly after the fighting on the Ussuri, threaten indirectly the use of nuclear weapons in a putatively “unofficial” Radio Peace and Progress broafcast. The USSR subsequently denied that this represented a nuclear threat to China.”

Dieci giorni dopo una nota di intelligence paventava il rischio di una escalation a seguito dell’atteggiamento provocatorio cinese. A metà agosto, una lettera inviata a Kissinger da Allen S. Whiting, “leading China scholar”, segnala il possibile impiego di armi nucleari notando che “Soviet 500-nautical mile nuclear missiles (SS-12) are deployed so as to threaten vital rail and industrial centers in Manchuria.”

Il 18 agosto, Boris Davydov, un ufficiale del KGB, domanda a bruciapelo a William Stearman, un funzionario del Bureau of Intelligence and Research, come reagirebbero gli Stati Uniti di fronte ad un attacco sovietico contro la Cina: “His next question, however, was totally unexpected and has not, to my knowledge, ever been raised by the Soviets with any other US officials. Davydov asked point blank what the US would do if the Soviet Union attacked and destroyed China’s nuclear installations. He assured me that he was completely serious and went on to elaborate.” Il Dipartimento di Stato, sorpreso dal rapporto di Stearman, invita numerose ambasciate a prestare attenzione verso domande dello stesso tenore poste dai sovietici.

Il 30 agosto, durante un ricevimento, l’attaché militare sovietico a Teheran cita chiaramente l’uso di armi atomiche, anche se ne restringe la possibilità di impiego al solo caso in cui siano i cinesi ad attaccare su larga scala.

“The Russians would not hesitate to use nuclear weapons against the Chinese if they attacked with major forces. The Russians would permit the Chinese to penetrate Russian territory to a sufficient depth and then employ tactical nuclear weapons against the Chinese but on Russian soil. They would not employ nuclear weapons against the Chinese except on their own territory unless the Chinese initiated nuclear weapons employment against the Russians.”

Il 4 settembre, Arkady Shevchenko, “one of the ablest and experienced members of soviet mission” [presso l'Onu], parlando con un diplomatico statunitense afferma che contro la Cina “Soviets would never use larger than tactical nuclear weapons”.

Il documento più interessante è del 29 settembre. In un memorandum inviato a Nixon, Kissinger riassume l’intera questione dicendosi preoccupato di come la leadership cinese potrebbe interpretare i rapporti fra USA e URSS, visto che questi ultimi stanno cercando di far credere che fra le due super-potenze siano in atto colloqui riservati sulla soluzione della crisi. Kissinger chiede al Presidente il permesso di far preparare dal Dipartimento di Stato delle linee guida che deplorino qualsiasi piano sovietico mirato ad un attacco preventivo contro la Cina.

In the last two months, the increase in Sino-Soviet tensions has led the Soviets to sound out numerous American contacts on their attitude toward a possible Soviet air strike against China’s nuclear/missile facilities or toward other Soviet military actions. These probes have varied in character from point-blank questioning of our reaction to provocative musings by Soviets over what they might be forced to do against the Chinese, including the use of nuclear weapons. Some of these contacts have features adamant denials that the Soviets were planning any military moves – thereby keeping the entire issue alive.
Our contingency planning for major Sino-Soviet hostilities is well along, and NSC consideration of a basic policy paper on the Sino-Soviet dispute is scheduled for October 8.
Meanwhile, I am concerned about our response to these probes. The Soviets may be quite uncertain over their China policy, and our reactions could figure in their calculations. Second, the Soviets may be using us to generate an impression in China and the world that we are being consulted in secret and would look with equanimity on their military actions. [...]
I believe we should make clear that we are not playing along with these tactics, in pursuance of your policy of avoiding the appearance of siding with the Soviets.
Nixon’s initials may be seen on Kissinger’s request but whether it went forward to the State Department is unclear: the guidance may have become unnecessary because Sino-Soviet talks would soon be under way and the chances of a confrontation had lessened considerably.
RECOMMENDATION: that you authorize me to ask the Department of State to prepare instructions to the field setting forth guidance to be used with the USSR and others, deploring reports of a Soviet plan to make a preemptive military strike against Communist China.”

Il memorandum è accompagnato da questa osservazione del ricercatore: “Nixon’s initials may be seen on Kissinger’s request but whether it went forward to the State Department is unclear: the guidance may have become unnecessary because Sino-Soviet talks would soon be under way and the chances of a confrontation had lessened considerably.”

Il documento successivo data 10 novembre: la crisi è già in via di soluzione e il pericolo di un confronto militare su larga scala sembra scongiurato.

In conclusione, nonostante il pericolo di una escalation fosse considerato – e ovviamente temuto – dall’amministrazione statunitense, e anche volendo considerare le affermazioni di funzionari e militari sovietici come facenti parte di un piano volto a sondare la reazione americana, nessuno dei documenti desecretati dagli USA sembra confermare la ricostruzione proposta da Liu Chenshan.

Fonte: http://www.warblog.it

 

 

 

 

 

 

Cina e URSS formalmente alleate in nome del comunismo, avevano profonde differenze culturali e ideologiche. L’URSS aveva impostato la propria politica estera imponendo una sorta di vassallaggio a tutti i paesi comunisti. La Cina però era semplicemente troppo grande, ambiziosa e nazionalista per poter restare in quella posizione a lungo. Dopo la morte di Stalin, le critiche di Mao all’imperialismo sovietico e al revisionismo di Krusciov furono il segnale che tra i due giganti era cominciata una rivalità e la posta in palio era la supremazia sui movimenti comunisti in tutto il mondo. In questo clima sorsero dispute territoriali e incidenti di frontiera.

Per i cinesi i trattati che fissarono i confini tra Russia zarista e Cina durante il XIX secolo furono delle annessioni subite con la forza.

A partire dagli anni ’60 quindi quei “quegli iniqui trattati” furono la causa, o il pretesto, per alimentare tensioni crescenti con i sovietici.

Già nel 1964 un vasto territorio nel Pamir sovietivo fu reclamato dalla Cina, che in negli anni precedenti era stata impegnata a riscrivere, con la forza delle armi, il confine verso l’India.

L’URSS aveva uno strapotere bellico indiscutibile nei confronti del vicino, ma la Guerra Fredda era la sua priorità. Inoltre anche la Cina era diventata una potenza nucleare, rendendo impraticabile l’opzione militare come soluzione della disputa.

Lo scenario dove si svolse lo scontro più grave fu l’isola di Zenbao (o Damansky), in mezzo al fiume Ussuri che fa da confine tra i due paesi.

Il 2 marzo 1969 truppe cinesi attaccarono, o meglio tesero una trappola, alle guardie di confine sovietiche sull’isola di Zhenbao, provocando decine di morti e molti feriti. La reazione sovietica respinse l’incursione e nei giorni successivi i sovietici bombardarono la sponda opposta dell’Amur, fino ad espellere le truppe nemiche e riprendere il possesso dell’isola.

Nessuno dei contendenti mostrò la volontà di estendere il conflitto, l’anno precedente l’URSS era intervenuta in Cecoslovacchia stroncando con la forza la Primavera di Praga ed era impegnata a sostenere il Vietnam del Nord contro gli Stati Uniti. La Cina, dove imperversava la Rivoluzione Culturale che la porterà allo sfascio, sembrava appagata dall’azione dimostrativa.

Secondo l’interpretazione più comune questi scontri furono la causa dello storico e clamoroso riavvicinamento tra Cina e USA, che sfocerà nel viaggio di Nixon del 1972.

Secondo altri fu invece proprio il desiderio cinese di cambiare la politica estera ed appoggiarsi agli USA, la causa che li spinse a cercare questi incidenti di confine con l’URSS.

La questione dei confini settentrionali cinesi è stata chiusa solo nel 2004, con un accordo con la Russia che ha stabilito la linea di confine.

Restano sul tappeto molte altre rivendicazioni e questioni aperte con India, Giappone, Vietnam, Filippine, Malaysia, Taiwan… Che Pechino non sembra né voler dimenticare, né tantomeno mostrarsi accomodante, soprattutto oggi che sta diventando sempre più potente.

Fonte: http://freemanlogos.blogspot.it

 

 

 

 

 

 

Uno scontro di confine per un piccolo isolotto sul fiume Ussuri portò, nel 1969, a un conflitto di due mesi tra i colossi socialisti. Entrambi erano dotati di armi nucleari e quindi il mondo rischiò grosso.

Tutto iniziò all’alba del 2 marzo 1969: 300 soldati cinesi, che il giorno prima erano avanzati sul ghiaccio del fiume Ussuri congelato, attaccarono 55 guardie di frontiera sovietiche sull’isola Damanskij. “Spararono alla maggior parte dei nostri uomini a bruciapelo”, ricorda Jurij Babanskij, tenente generale in congedo ed Eroe dell’Unione Sovietica, che quel giorno sopravvisse, a differenza di molte guardie di frontiera, colte alla sprovvista. L’aiuto arrivò da un vicino avamposto: il tenente Vitalij Bubenin, usando per il trasporto delle truppe dei mezzi corazzati, aggirò i cinesi con un attacco a sorpresa e li costrinse a ritirarsi dall’isola. Ma la lotta non era finita.

Un massacro in mezzo al nulla.
L’isola Damanskij era un piccolo pezzo di terra disabitata (0,74 kmq) sul fiume Ussuri che fungeva da confine tra l’Unione Sovietica e la Cina. Più vicina alla riva cinese, l’isola divenne oggetto di una disputa di confine negli anni Sessanta. Secondo la legge internazionale, il confine avrebbe dovuto correre al centro del bacino idrico principale dell’Ussuri, ma Mosca continuò a ritenere valido l’accordo del 1860, che aveva stabilito il confine sulla riva cinese. Settimane prima dello scontro diretto, i cinesi avevano iniziato a provocare le guardie di frontiera sovietiche, rivendicando l’isola. “Per tutto il 1968-1969, erano soliti avanzare sul ghiaccio vicino alla nostra isola con bastoni, asce, a volte con le pistole… li abbiamo sempre respinti, ma senza mai dover sparare. Fino al 2 marzo”, dice Babanskij. Due settimane dopo, l’Isola Damanskij (o Zhēnbao Dao, come la chiamano i cinesi) si trasformò nuovamente in un campo di battaglia. Il 15 marzo un’intera divisione di fanteria attaccò l’isola, costringendo i sovietici a ritirarsi dopo ore di duro combattimento. I russi, furiosi, risposero con l’artiglieria pesante dalla sponda opposta e spazzarono via il nemico. Questo fermò i combattimenti che avevano portato alla morte di 58 sovietici e di diverse centinaia di cinesi.

Perché si arrivò a tutto ciò?
Negli anni Sessanta, sia l’Urss che la Cina di Mao Zedong si dichiaravano socialisti e dicevano di opporsi all’Occidente capitalista. Come mai, allora, le loro relazioni degradarono fino allo scontro militare? Solo un decennio prima, Mao Zedong era grande amico di Mosca. Dopotutto, Stalin aveva sostenuto il Partito comunista cinese, dopo che aveva vinto la Guerra civile, conquistando la maggior parte della Cina (eccetto Taiwan). In visita a Mosca nel 1949, Mao parlò di “diecimila anni di amicizia e di lavoro di squadra tra la Cina e l’Unione Sovietica!”. E più tardi, nel 1950, i due Paesi firmarono un trattato di amicizia, alleanza e assistenza reciproca. Ovviamente contro l’Occidente. Nel 1950, la Repubblica popolare cinese inviò un milione di “volontari” a combattere nella guerra di Corea, dove entrambi i Paesi sostenevano il Nord. Allo stesso tempo, l’Urss aiutò la Cina, povera, agricola e sovrappopolata, a costruire la sua industria pesante: migliaia di specialisti sovietici parteciparono alla creazione di un solido sistema infrastrutturale. Ma l’alleanza tra i due giganti rossi non durò a lungo. Dopo la morte di Stalin, nel 1953, il rapporto iniziò a peggiorare: Mao si sentiva abbastanza ambizioso da perseguire la sua politica, e disprezzava il percorso di Nikita Khrushchev di “coesistenza pacifica” tra il blocco socialista e l’Occidente. Molto più radicale di Khrushchev, Mao agiva in modo aggressivo, definendo gli Stati Uniti e la loro bomba atomica “una tigre di carta” e sostenendo che la Cina non temeva una guerra nucleare. “Mao Zedong cercò di usare la morte di Stalin e i cambiamenti di rotta nella politica estera sovietica per fare della Cina il nuovo leader del blocco socialista”, spiega lo storico Aleksej Bogaturov. A Mosca non piacque, e l’amicizia sino-sovietica colò a picco. Entro il 1960, tutti gli specialisti sovietici avevano lasciato la Cina, in quanto i partiti di governo dei due Paesi non riuscivano ormai a far altro che criticarsi a vicenda.

L’escalation della tensione.
Le cose peggiorarono: le tensioni militari tra ex alleati scoppiarono quando Pechino dichiarò di non riconoscere i confini del XIX secolo tra l’Urss e la Repubblica popolare Cinese. Preoccupata, l’Unione Sovietica dispiegò truppe in Asia, formando un contingente di 250-300 mila uomini ai confini con la Cina, nel 1967. “Dislocammo le forze a est dotandole delle armi più all’avanguardia e inviammo nel più breve tempo possibile armi e equipaggiamenti”, ha detto Andrian Danilevich, ex vicecapo di Stato maggiore dell’Urss. “Il governo aveva capito che politici e leader militari dell’Occidente erano più ragionevoli e meno pericolosi di quelli della Repubblica Popolare Cinese. E l’incidente dell’isola Damanskij lo dimostrò." A quel tempo, la Cina possedeva già armi nucleari, quindi un conflitto tra i due Stati socialisti sarebbe potuto diventare un conflitto atomico in pochissimo tempo. Sorprendentemente, dopo un paio di mesi di guerra (senza scontri diretti, a parte le riconquiste da un parte e dall’altra dell’isola), Mosca e Pechino riuscirono a trovare la pace. L’11 settembre 1969, il premier sovietico Aleksej Kosygin andò in visita a Pechino, e lui e il suo omologo Zhou Enlai raggiunsero un accordo: le armi avrebbero taciuto e i due Paesi avrebbero iniziato i negoziati per ridisegnare il confine.

Gli anni di stallo.
Fino alla fine degli anni Ottanta, la Cina e l’Unione Sovietica rimasero in disaccordo. Mao si rivolse persino a Washington per cercare un’alleanza con “il nemico capitalista” e ci riuscì. Nel 1972, il presidente Richard Nixon fece una visita a Pechino, a cui seguì la dichiarazione dei due Paesi di volere una normalizzazione delle relazioni e, di fatto, la formazione di un blocco antisovietico nell’Asia orientale. La stampa sovietica ci andò giù pesante con i “traditori” cinesi, ma, in generale, Mosca non poteva fare nulla: aveva altri problemi sull’arena internazionale, cioè le crisi missilistiche nell’Europa occidentale e la guerra in Afghanistan, quindi la situazione sul confine cinese rimase bloccata allo status quo. Solo nel 1989 Mikhail Gorbachev e Deng Xiaoping firmarono un trattato sulla smilitarizzazione del confine e dichiararono normalizzate le relazioni bilaterali. Un paio d’anni dopo l’Urss cessò di esistere e nel 1991 la Russia cedette ufficialmente l’isola Damanskij (Zhēnbao) alla Repubblica Popolare Cinese.

Fonte: https://it.rbth.com

 

 

 

 

 

 

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