Sono più di 40 milioni. E sono anche più del triplo rispetto al periodo della tratta transatlantica, nell’epoca storica in cui la schiavitù rientrava nella quotidianità degli esseri umani, tra il XIV e il XV secolo.

I più esposti al fenomeno.
Eppure, oggi, nonostante sia illegale in tutti gli stati del mondo, secondo quanto riportato dal The Guardian, il numero delle persone oppresse è molto più alto rispetto ai 13 milioni fatti schiavi in epoca moderna. E, secondo quanto stimato dagli ultimi dati pubblicati dall’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite e dalla Walk Free Foundation, donne e ragazze rappresentano circa il 71% delle vittime contemporanee, mentre i bambini costituiscono il 25% degli schiavi nel mondo, essendo circa 10 milioni in tutto.

I tassi demografici.
Secondo quanto mostrato dalle stime, a influenzare la pratica sarebbero anche i tassi demografici globali: i primi dieci Paesi con i più elevati numeri assoluti di vittime sono anche tra i più popolosi del mondo. E secondo il Global Slavery Index, infatti, in Cina, Repubblica Democratica del Congo, India, Indonesia, Iran, Nigeria, Corea del Nord, Pakistan, Filippine e Russia, vive il 60% di tutte le persone ridotte in schiavitù.

Chi sono gli “schiavi” di oggi.
Chi è costretto a lavorare contro la propria volontà, chi è controllato da uno sfruttatore, chi ha una libertà di movimento limitata, chi è disumanizzato, chi è venduto e, di fatto, comprato, è da considerarsi una persona ridotta in schiavitù. Almeno secondo i parametri dell’organizzazione Anti-slavery International. A livello globale 24,9 milioni di queste persone (ovvero la metà del totale che corrisponde 40,3 milioni) sono costrette ai lavori forzati e sono sottoposte a minacce continue, forme di intimidazione e coercizione.  Si stima, poi, che altri 15,4 milioni di schiavi siano obbligati a contrarre matrimoni forzati e che altri 4,8 milioni siano costretti ai lavori forzati e sfruttati sessualmente. Più del 70% dei 4,8 milioni di queste vittime si trova in Africa e nella regione del Pacifico. In Paesi come il Mauritania, poi, per esempio, sono in molti a nascere già in condizioni di schiavitù “ereditaria” se figli di una madre già oppressa.

Per chi lavorano.
Puliscono le abitazioni, lavorano nel settore edilizio e nelle fabbriche che producono vestiti (magari a basso costo), raccolgono frutta e verdura, lavorano la terra, pescano e producono oggetti che entrano nella quotidianità di chiunque. Perché di questi 24,9 milioni di esseri umani, 16 milioni di loro, cioè la maggioranza, lavora nel settore privato.

Le più colpite? Donne e ragazze.
Secondo quanto emerso dai dati messi a disposizione dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro, le più colpite sono donne e ragazze, con il 99% circa di tutte le vittime nel settore dello sfruttamento sessuale e il 58% in altre ambiti.

Dov’è più diffusa la pratica.
In termini di diffusione del fenomeno, le statistiche del Global Slavery Index mettono al primo posto l’Africa. Seguono l’Asia e la regione del Pacifico. Ma Ilo e Walk Free foundation avvertono che le cifre messe a disposizione potrebbero riportare qualche imprecisione a causa dell’assenza di dati provenienti proprio da queste aree. Le due organizzazioni segnalano, infatti, che il dato di 40,3 milioni  rappresenta una stima che loro definiscono “prudente”, poiché gli studi non hanno potuto raggiungere milioni di persone in zone di conflitto o sulle rotte battute da migranti e profughi. Ma non esiste un solo stato, al mondo, immune da questa pratica: 1,5 milioni di vittime, infatti, vivono nei Paesi più sviluppati.

Quanti soldi genera la schiavitù.
Il profitto annuale di sfruttamento e pratiche legate alla schiavitù si aggira attorno ai 150 miliardi di dollari, più di un terzo dei quali (46,9 miliardi) si registra nei paesi sviluppati, compresi quelli dell’Unione europea. Numeri trenta volte superiori a quelli che avrebbero potuto fare i trafficanti di schiavi nei secoli passati. Guerre, povertà e carestie hanno generato, negli ultimi anni, una moltitudine di persone più vulnerabili. E, di conseguenza, molto più esposte al fenomeno. Uno schiavo, oggi, ha un valore di 450 dollari a persona. Almeno secondo le stime di Siddharth Kara, attivista esperto di traffico di esseri umani: un lavoratore forzato produce per il suo sfruttatore circa 8mila dollari di profitti annui, mentre i faccendieri del mercato illegale del sesso guadagnano, in media, 36mila dollari all’anno. Per ogni vittima.

La lotta alla schiavitù.
Nel 2018, 170 Paesi si sono impegnati, pubblicamente, nell’impegno contro questa pratica. Ma, secondo il Global slavery index, di questi, soltanto 122 hanno criminalizzato veramente la tratta di esseri umani in linea con il protocollo delle Nazioni Unite contro la tratta di migranti e soltanto 38 hanno criminalizzato i matrimoni forzati. Tuttavia le condanne sono poche: nel 2016, in Europa, sono scese del 25% rispetto ai livelli del 2011, nonostante un incremento del numero delle vittime. Che, nello stesso anno, sono aumentate del 40% rispetto al 2012.

Fonte: http://www.occhidellaguerra.it

 

 

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