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La terza Guerra indo-pachistana del dicembre 1971, agli occhi degli storici militari, riveste un notevole interesse che trascende i meri aspetti storiografici e le cause del conflitto. Questo breve ma importante periodo bellico, infatti, vide scontri destinati non solo a mutare la carta geografica della Penisola indiana, con la sconfitta finale del governo centrale del Pakistan e la nascita di un nuovo Stato sovrano, bensì scontri che – soprattutto in campo navale – scrissero vere e proprie pagine di Storia.

In ambito navale, infatti, si assistette ad episodi che attirarono subito l’attenzione dei media mondiali e degli analisti dei due Blocchi: in particolare, la brillante operazione della Marina indiana che portò all’affondamento del PNS Ghazi, il bombardamento missilistico del porto di Karachi ed infine il primo affondamento dalla Seconda Guerra Mondiale di un’unità militare di superficie da parte di un sottomarino a propulsione convenzionale. Questi eventi misero in luce problematiche finora insospettate, quali la difficoltà della caccia ASW, la letale efficacia del moderno naviglio subacqueo, l’elevato potere distruttivo che le moderne tecnologie missilistiche fornivano ad unità relativamente ridotte. Scopo di questa serie di articoli è difatti mostrare gli aspetti dettagliati di questi tre eventi peculiari, destinati a rivoluzionare molte strategie navali dell’epoca.

1971, GUERRA SUL MARE
GLI ASPETTI SALIENTI DEL CONFLITTO NAVALE INDO-PACHISTANO DEL DICEMBRE 1971
di Marco Soggetto

 

La rotta seguita dal Ghazi.

 


Un po’ di storia, in breve.
Le radici più prossime del terzo conflitto tra India e Pachistan – il terzo di una lunga serie che perdura tutt’oggi con una logorante guerra di posizione combattuta fino ai 6000 metri di quota sul livello del mare – si possono trovare nei violentissimi scontri dell’aprile 1971 che insanguinarono l’allora Pachistan Orientale, autoproclamatosi Stato autonomo sotto il nome di Bangladesh. Le truppe di Karachi, fedeli al governo centrale, cercarono ad ogni costo di opporsi alla separazione, sostenuta invece dalla vicina India: massacri e crudeli repressioni spinsero milioni di profughi verso l’India, mentre le Forze armate dei due principali rivali si sferravano reciproci attacchi senza esclusione di colpi. In campo navale, la Marina indiana assunse finalmente un ruolo offensivo, dopo la forzata inattività (decisa politicamente) del conflitto del 1965; ciò avvenne anche per la IAF, che solo pochi anni prima, nel conflitto indo-cinese del Sikkim era stata assurdamente vincolata. Il Primo Ministro Indira Gandhi aveva infatti compreso che l’unica speranza di precludere i rifornimenti bellici ad un avversario tanto esteso era riposta in un blocco navale, un’iniziativa di forza che “chiudesse” letteralmente le vie di comunicazione marittime per il Pachistan orientale ed occidentale. La guerra, iniziata il 3 dicembre, si concluse il 17 con la sconfitta del Pachistan e la nascita del Bangladesh, riconosciuto anche dallo stesso Pachistan nel febbraio 1974 ed entrato all’ONU nel settembre dello stesso anno. Nel 1974 l’India divenne la sesta potenza nucleare del mondo, un primato presto seguito dall’eterno avversario: da allora, esperimenti nucleari, minacce reciproche ed escalation si sono susseguite regolarmente. Ancora oggi i due contendenti – che nel frattempo hanno sviluppato vettori per le rispettive testate –, pur avendo stabilito iniziative quali linee dirette tra le due capitali ed incontri diplomatici, restano ai ferri corti: una minaccia nucleare sempre presente, sviluppatasi dopo tanti anni di conflitti sanguinosi ma non decisivi.

 

Ripresa ravvicinata del sommergibile Ghazi.

 

1. La trappola: il lungo viaggio del PNS. Ghazi
Il primo dei tre episodi salienti di questo conflitto navale è relativo al sottomarino pachistano Ghazi SS479, al suo lungo viaggio volto alla distruzione di un importantissimo obiettivo indiano, e soprattutto alla brillante operazione che le autorità militari di Nuova Delhi seppero creare per intrappolarlo ed affondarlo. Non a caso, la vicenda del Ghazi è ritenuta tra le più importanti della moderna storia navale.
Nel conflitto del 1971, la Marina pachistana schierò forze sottomarine ridotte ma molto efficienti, praticamente senza pari nella controparte indiana. Queste forze – in pratica, i nuovi sottomarini francesi della classe Daphne – vennero utilizzate per l’offensiva, ed infatti fu una di esse, il PNS Hangor, che ottenne l’unica vittoria pachistana nel campo navale. Com’è logico, i pachistani non avrebbero potuto apprendere l’uso e la condotta di battelli tanto complessi senza un previo addestramento. L’unità che sopperì a questa vitale esigenza fu appunto il Ghazi, un battello ceduto nel 1963 dagli Stati Uniti alla Marina pachistana.
Il Ghazi, ex USS. Diablo, apparteneva alla classe Tench ed il suo trasferimento fu deciso il 1° giugno 1964, arrivando a Karachi nel settembre dello stesso anno. Qui subì estese modifiche ed ammodernamenti, tra cui l’installazione di uno snorkel “da flotta” migliorato: portava ben 28 siluri da 21 pollici ed era caratterizzato dall’incredibile autonomia di 11.000 miglia marine alla velocità di 10 nodi, un’autonomia valutata in oltre un mese di mare. L’unità apportò un sostanziale vantaggio alla Marina di Karachi, in quanto la controparte indiana non vantava ancora nessuna componente subacquea.
Con la guerra del 1965, il Ghazi ebbe il suo battesimo del fuoco. In settembre superò il golfo di Cutch e quello di Cambai per portarsi al largo di Bombay, con l’ordine di attaccare solo le maggiori unità indiane. Il 9 settembre 1965, alle 12.30, la fregata INS Beas scoprì un contatto immerso con il sonar ed attaccò con bombe di profondità, perdendolo quasi subito. Pochi giorni dopo – l’11 settembre – un velivolo ASW Alizé sorvolò direttamente il Ghazi che era impegnato nella ricarica delle batterie tramite lo snorkel, senza riuscire a localizzarlo con precisione. Gli ufficiali decisero che era meglio non tentare troppo la fortuna e ripresero la via di casa, rientrando felicemente a Karachi dove venne modificata l’apparecchiatura ECM.
Entro il 15 settembre 1965, tuttavia, l’unità si trovava nuovamente in pattuglia fuori Bombay, dove due giorni più tardi cinque vascelli indiani organizzarono una pesante battuta antisommergibile che coprì 5000 miglia quadrate, scoprendo ed attaccando diversi contatti immersi. Tuttavia non vennero scoperti relitti e non si registrarono ulteriori avvenimenti, per cui gli indiani finirono con il convincersi dell’effettiva assenza del Ghazi. Quest’ultimo riuscì invece a sfuggire alle maglie della rete nemica, dando anche vita ad un equivoco che sarebbe durato per ben sei anni. Il suo comandante, infatti, sostenne di aver lanciato quattro siluri sulla INS Brahmaputra, una fregata antiaerea Type 41, e di aver distinto tre forti detonazioni sul bersaglio. Il 23 settembre 1965 il sottomarino rientrò a Karachi, dove l’ufficiale venne decorato per l’affondamento… Di una fregata che, lungi dall’essere stata affondata, era contemporaneamente impegnata in una parata navale volta ad impressionare i media internazionali! Il caso si sarebbe risolto definitivamente solo nel 1971, quando Nuova Delhi invitò un gruppo di attaché navali stranieri a bordo della nave, dimostrando così che la INS Brahmaputra faceva ancora parte dell’organico combattente della sua flotta.
La storia del Ghazi non conobbe ulteriori avvenimenti di rilievo fino al 1967, quando il Pachistan chiese ed ottenne il prolungamento della cessione agli Stati Uniti. L’unità veniva utilizzata come strumento per l’addestramento dei futuri equipaggi dei tre Daphne, quando lo stato di degrado delle macchine e di parte della struttura, rilevato tra il 1966 ed il 1968, costrinse la Marina pachistana ad inviarla in Turchia per profondi lavori di ammodernamento. Il Ghazi partì per la Turchia il 6 marzo 1968 e tornò a Karachi il 2 aprile 1970, con un’ulteriore miglioria: la capacità di portare mine nei tubi lanciasiluri.

La terza guerra indo-pachistana sarebbe scoppiata solo il 3 dicembre 1971 ed il Pachistan avrebbe dichiarato lo Stato di Emergenza prebellico solo il 24 novembre, ma già il 14 il Ghazi lasciava nuovamente Karachi. Al sottomarino, comandato dal comandante Zaffar Mohammed Khan, era stata affidata una missione di importanza strategica: pattugliare il lontano Golfo del Bengala alla ricerca dell’unica portaerei nemica, la vecchia ma temibile INS Vikrant, ed affondarla preventivamente.
L’ambito delle ricerche, il Golfo del Bengala, costituiva la parte nord-orientale dell’oceano Indiano e per la sua lontananza dai porti pachistani non era raggiungibile da altre unità al di fuori del Ghazi. Il Golfo ospitava l’isola dello Sri Lanka, le isole Andamane e Nicobare, e da sempre era caratterizzato da un traffico notevole per i suoi numerosi porti, tra cui Madras, Calcutta, Bandar e Sittwe. Da qualche parte in quell’ampio spazio marino, la cui profondità raggiungeva i 3955 metri tra Madras e Vishakapatnam, si celava la flotta indiana, e con essa, la Vikrant.
La missione era ardita, ma cominciò sotto i peggiori auspici. Il controspionaggio indiano intercettò infatti un messaggio diretto alle autorità pachistane di Chittagong, un messaggio che parlava di un particolare olio lubrificante utilizzato solamente dai cacciamine e dai sottomarini: ma nessuna unità appartenente a queste due tipologie aveva tanta autonomia da raggiungere il Golfo del Bengala, tranne appunto il Ghazi. Era quindi evidente che proprio questa unità vi si trovava, quasi sicuramente alla caccia dell’ex portaerei inglese che costituiva il vanto della flotta indiana. Il Flag Officer Commander – in – Chief of the Eastern Command, il Viceammiraglio indiano N. Krishnan, aveva subito realizzato che un eventuale colpo a segno sulla sua portaerei avrebbe pesantemente umiliato l’intera flotta. Egli intuiva anche la probabile intenzione pachistana, ovvero colpire a sorpresa la maggiore unità indiana prima dell’inizio ufficiale delle ostilità.
Tuttavia, Krishnan poteva stare relativamente tranquillo, avendo spostato la flotta da Madras già il 13 novembre, per una destinazione segreta nota come “Port X-Ray”.

Il 24 novembre, il Viceammiraglio proferì le fatidiche parole: The hunter had arrived.
Il suo piano era semplice: illudere il sottomarino predatore della presenza della portaerei, attirarlo in un’area delimitata e distruggerlo. Solo questo avrebbe definitivamente tranquillizzato Krishnan. La trappola era ben congeniata e venne attuata con prontezza. Nella città costiera di Vishakapatnam vennero ordinate ai fornitori le migliaia di razioni abitualmente necessarie al fabbisogno dell’intera flotta indiana, mentre la Marina avvertiva le tante comunità di pescatori della possibile presenza di un sottomarino, provvedendo ad istruire gli indigeni sull’aspetto di un tale battello e sulle sue possibili tracce, quali macchie d’olio o “fumo” da snorkel. Il Viceammiraglio Krishnan era altresì preoccupato per la possibile posa di campi minati da parte del Ghazi. Decise perciò di agire in fretta, utilizzando il vecchio incrociatore INS Rajput come “decoy” della Vikrant, in modo da convincere i pachistani della presenza della portaerei nel porto o fuori Vishakapatnam. L’incrociatore doveva navigare fino a 160 miglia fuori dal porto, trasmettendo un pesante traffico cifrato in modo da simulare la presenza di una grande unità indiana: si arrivò a rompere addirittura la sicurezza di un codice, trasmettendo “in chiaro” il telegramma di un marinaio preoccupato per la salute della madre, “molto malata”. Nel frattempo, le difese portuali ed il vecchio Rajput approntavano le armi.
Ignaro di tutto l’interesse suscitato dalla sua crociera, il Ghazi aveva pazientemente continuato a viaggiare nelle profondità del Mare Arabico, doppiando l’estremità meridionale del subcontinente indiano ed entrando nell’Oceano Indiano per poi tornare a risalire verso nord lungo la costa del Coromandel, verso Madras. S’era trovato 400 miglia al largo di Bombay il 16 novembre, al largo di Ceylon (l’odierna Sri Lanka) il 19 ed infine nel Golfo del Bengala il 20 novembre 1971. Il 23 iniziò a cercare la sua preda nei dintorni di Madras, senza sapere che la Vikrant si trovava da dieci giorni al sicuro in un approdo segretissimo delle isole Andamane.

Alle 16.00 del 1° dicembre, il Viceammiraglio aveva avvertito il tenente Inder Sigh – ufficiale in comando del Rajput – dell’avvistamento di un sottomarino nemico al largo di Ceylon, e della sua pressoché certa presenza al largo delle città di Madras o di Vishakapatnam. L’ordine era semplice: l’incrociatore del tenente doveva ultimare tempestivamente il rifornimento, salpando ed avendo cura di mantenere l’assoluto oscuramento. Sigh doveva tenere presente che il sottomarino pachistano poteva trovarsi in agguato praticamente ovunque al di fuori del porto, che avrebbe potuto scambiare la Vikrant per qualche grande mercantile, e perfino – aggiunse il Viceammiraglio Krishnan – commettere l’errore di emergere. Se necessario, il tenente poteva lanciare cariche di profondità a casaccio, sempre per simulare una grande nave da guerra o la sua scorta. L’incrociatore Rajput salpò il 2 dicembre, tornando il 3 a Vishakapatnam. La notte stessa prese a bordo un pilota e salpò poco prima della mezzanotte, procedendo dentro e fuori l’Outer Channel.
La storia ufficiale della Marina indiana narra che, proprio mentre la sua nave transitava a metà del canale, il tenente Inder Sigh si chiese ad alta voce: “E se il sottomarino pachistano ci stesse aspettando fuori dal canale per silurarci quando ci fermeremo a sbarcare il pilota alla Outer Channel Buoy?” Non era affatto una possibilità remota. A questo punto, l’ufficiale ordinò di aumentare al massimo la velocità fino alla boa, salvando probabilmente la sua unità ed il suo equipaggio. Poco dopo la mezzanotte, a pochissima distanza, venne infatti rilevato un contatto sonar immerso: gli avvenimenti cominciarono ad evolversi in rapidissima sequenza.
L’incrociatore indiano effettuò una brusca virata a destra, permettendo al locale scoperta sonar di rilevare un notevole disturbo subacqueo a poca distanza. Ritenendolo un sottomarino immerso impegnato in uno spunto di velocità, il comandante del Rajput non esitò ad ordinare il lancio di due cariche di profondità. La batteria costiera riferì che pochi minuti dopo, alle 00.15 esatte, due tremende esplosioni avevano squarciato la quiete notturna: alcuni vetri delle case prospicienti al mare finirono in pezzi, mentre migliaia di persone che aspettavano il discorso radiofonico del Primo Ministro pensarono ad un terremoto e si riversarono spaventate per le strade. Lo stesso incrociatore si fermò immediatamente, accusando varie avarie. Cos’era successo?

Alle prime ore del 4 dicembre, i sommozzatori della Marina cominciarono ad immergersi nelle vicinanze della Outer Channel Buoy per investigare, mentre parecchi pescatori, allertati anzitempo dalla Marina, parlavano di macchie d’olio sull’acqua e di molti relitti. I subacquei individuarono un oggetto sommerso a 150 metri di profondità, una forma grande ed oblunga, dal colore nero. Vennero ripescati detriti con marchi americani, che tuttavia non convinsero definitivamente il Viceammiraglio Krishnan, il quale richiese “Più prove oculari”. Il 5 dicembre, i subacquei scoprirono che la sagoma sul fondale fangoso era quella del Ghazi; il 6, lavorando ad alta profondità, riuscirono ad aprire il portello principale sulla torre di vela del battello, rinvenendo subito un cadavere. Con molto coraggio entrarono all’interno del relitto, trovando molti corpi assiepati nei pressi del portello: venne riportato alla superficie l’Hydrographic Correction Book del PNS Ghazi ed un foglio intestato al Comandante dello stesso sottomarino. Le prove vennero fotografate e spedite, la mattina successiva, a Nuova Delhi. Da lì la notizia venne diffusa e si provvide a festeggiare adeguatamente la Marina.

 

Immagine della classe Osa.

 

L’evidenza dei fatti, tuttavia, non ha dissipato le domande relative all’affondamento del Ghazi. La versione indiana, come visto, è cristallina: responsabili della distruzione del pachistano furono le due cariche del Rajput, che ne spezzarono lo scafo nella mezzanotte tra il 3 ed il 4 dicembre 1971. Rajput poteva non essere in zona, in quel momento: vi è in effetti una certa confusione nelle date di rientro ed uscita dal porto. Alcuni ufficiali parlarono della mezzanotte tra il 2 ed il 3 dicembre, mentre il tenente H. Dingra, del vascello di soccorso per sommergibili Nistar, sostenne fermamente che l’esplosione era avvenuta alla mezzanotte del 1° dicembre.
Si è ipotizzato anche che il Ghazi sia stato sventrato non dalle cariche di profondità indiane, bensì da una delle sue stesse mine. E’ molto probabile che il sottomarino avesse deposto almeno tre mine, verso il 3 dicembre: ne vennero ritrovate alcune, disposte a 150 metri l’una dall’altra, a circa 30 metri di profondità. Erano ordigni dotati di un tipo di innesco che contava le navi o i sottomarini di passaggio, esplodendo solo dopo un certo numero di transiti: essendo molto sensibili, forse si armarono anzitempo a causa delle esplosioni delle due cariche, colpendo la loro stessa unità madre. L’orologio di bordo del Ghazi, in effetti, si è fermato alle 00.15, una decina di minuti dopo il lancio delle cariche del Rajput. Già alle prime immersioni, alcuni sommozzatori riferirono che la parte prodiera dello scafo sembrava squarciata dall’interno, come per un’esplosione dell’idrogeno durante la ricarica delle batterie... Un evento che, però, avrebbe sicuramente peggiorato le condizioni dei cadaveri. Più recentemente si è giunti a ritenere certo che la detonazione si sia verificata a prua, all’interno del sottomarino. Ma perché?

Un’ipotesi è questa: non avendo trovato la Vikrant, il Ghazi aveva iniziato la posa delle sue mine nella notte del 3 dicembre. Verso mezzanotte, però, era stato sorpreso dall’uscita ad alta velocità del Rajput dal canale: il sottomarino aveva accelerato bruscamente ed era stato scoperto dal sonar. Forse le cariche lo sfiorarono, appiccando un letale incendio nella camera di lancio ingombra di siluri e mine: oppure, l’onda d’urto delle esplosioni ravvicinate armò una mina nel tubo di lancio. Il Ghazi portò con se 82 membri di equipaggio, privando la sua Marina dell’unico mezzo atto a contrastare le operazioni aeree della INS Vikrant sul Pachistan Orientale. Un messaggio,

FROM COMSUBS TO GHAZI INFO PAK NAVY DTG 252307/NOV 71
OCCUPY ZONE VICTOR WITH ALL DISPATCH
INTELLIGENCE INDICATES CARRIER IN PORT.

Indicava chiaramente che l’intelligence di Karachi era caduta nell’inganno, mandando il suo sottomarino più collaudato e capace in una trappola letale.
Successivamente, sia gli Stati Uniti che l’ex Unione Sovietica si offrirono di recuperare il relitto a loro spese, a riprova dell’interesse suscitato da questo affondamento di un sottomarino durante un’azione bellica, il primo dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nuova Delhi declinò entrambe le offerte e lasciò che il relitto sprofondasse rapidamente nel fango del fondale sottostante la boa del porto di Vishakapatnam, a 17° 41’ 00’’ N. ed 83° 21’ 05’’ E. La scoperta e la distruzione del sottomarino sancirono ufficialmente l’apertura delle ostilità. Il Comando della Flotta Orientale indiana, infatti, segnalò subito a tutte le sue unità l’accaduto, aggiungendo il fatidico codice: “Attacco, attacco, attacco”. Il terzo conflitto tra India e Pachistan era cominciato.

 

L'incrociatore Khaibar.

 

2. Notte a Karachi: l'attacco indiano sul porto più difeso del Pachistan
Il porto pachistano di Karachi, come anticipato, era il punto centrale dell’intera strategia offensiva del Paese. Lì sarebbero dovuti arrivare i rifornimenti bellici dall’estero, e soprattutto il prezioso petrolio da convertire in differenti tipi di carburante; l’attività mercantile era fiorente, così come era ben radicata la presenza di navi da guerra pachistane.
Le autorità indiane conoscevano bene l’importanza vitale di questo porto. Ne conoscevano però anche le difese, che costituivano quanto di meglio potesse schierare il loro avversario: forze aeree e terrestri, nutrite pattuglie navali, contraerea, batterie costiere. Tuttavia si decise ugualmente che quel porto doveva essere colpito, e l’azione che conseguì questo risultato entrò a fare parte della storia navale dei nostri tempi, poiché non è mai facile colpire un porto strenuamente difeso.

L’operazione “Trident”, accuratamente pianificata, scattò tra la sera del 4 e la notte del 5 dicembre 1971, due giorni dopo lo scoppio ufficiale delle ostilità. Prevedeva il raggiungimento di Karachi da parte di unità di superficie indiane e, naturalmente, il suo bombardamento dal mare.
L’intera operazione, però, era caratterizzata da un’apparente contraddizione: non sarebbero stati impiegati incrociatori o navi da battaglia che si sarebbero trovati in difficoltà senza copertura aerea, bensì semplici motomissilistiche, di quelle normalmente utilizzate per il pattugliamento costiero!
La decisione era comunque motivata: la Marittime Operation’s Room di Bombay sapeva che il Mare Arabico e soprattutto la zona di Karachi, almeno fino al Golfo di Cutch, erano ben pattugliati dal nemico. Si pensava che delle unità veloci e di ridotte dimensioni sarebbero risultate quasi impossibili da individuare ed attaccare, specialmente per delle navi maggiori: oltre a ciò, le nuovissime motomissilistiche della classe Osa erano armate con i potenti missili antinave SS-N-2B, i famosi “Styx” russi responsabili della distruzione del caccia israeliano Eilat.
Infine, nessuno si sarebbe aspettato un’azione di unità minori a tanta distanza dal porto di Bombay.

Nel tardo pomeriggio del 4 dicembre, cinque unità indiane lasciarono Bombay doppiando il Golfo di Cambai e risalendo la penisola del Kathiawar, nella regione del Gujarat, dirette a nord-ovest nel Mare Arabico. Superarono anche il Golfo di Cutch, avvicinandosi al Tropico del Cancro che segnava il confine tra la madrepatria ed il Pachistan.
Le cinque unità erano composte da tre missilistiche della classe Osa, le INS Nipat, Nirghat e Veer al comando dello Squadron commander Babru Bahan Yadav (imbarcato sulla Nipat), e da due unità antisom della classe Petya, le INS Kiltan e Katchall. Il compito delle due unità ASW era quello di garantire una sorta di protezione dalle minacce subacquee, oltre che di costituire posti comando e comunicazione per le unità veloci. Una quarta Osa, la INS Vidyut, sarebbe invece rimasta a mezza strada per coprire la ritirata in caso di contrattacco pachistano.

Circa a metà strada tra Karachi e Bombay, al largo tra la cittadina portuale di Okha ed il Diu Head, la flottiglia si era incontrata con la petroliera INS Poshak per sopperire al già alto consumo di carburante: il problema delle differenti modalità di rifornimento venne egregiamente superato dagli ingegneri di bordo.
La piccola flotta procedeva oscurata nel buio a 24 nodi, con le due Petya che si sforzavano di erogare ogni hp a loro disposizione per tenere il passo delle Osa. Alle 19.45, il sorvolo a bassa quota della Kiltan da parte di un aereo aveva provocato una rapida deviazione ad ovest.
Nel frattempo, verso le 22.00, la IAF condusse ripetuti bombardamenti con i suoi Camberra su zone industriali circostanti Karachi, oltre che su Drigh Road.
Era ormai calata la notte del 4 dicembre quando a circa 70 miglia a sud di Karachi venne avvistato sul radar un contatto di superficie in rapido avvicinamento. A dire il vero, racconterà poi il comandante Yadav, il radar riportava decine e decine di possibili bersagli: capirono presto che il nuovo arrivato, però, era una nave da guerra. A così poca distanza dal maggior porto nemico, non ci voleva molto per immaginare quale potesse essere la sua bandiera.

Sull’incrociatore pachistano Khaibar niente preannunciò il primo colpo.
Alle 22.45 (ora pachistana) il missile Styx di produzione sovietica volò rapidamente per cadere sulla sovrastruttura irradiando un calore immenso, in una fiammata violentissima, visibile dalle unità indiane che fino ad allora avevano seguito il loro bersaglio solo sugli schermi verdi dei radar. L’unità pachistana, gravemente danneggiata, si fermò; il missile l’aveva colpita sulla fiancata destra, circa all’altezza della rimessa degli elettricisti. Yadav ricorderà di averne sentito le sirene che chiamavano gli uomini ai posti di combattimento, ed addirittura di aver percepito l’ordine di correre ai Bofors, i cannoncini antiaerei di bordo. Gli indiani intercettarono anche un messaggio:

“Enemy aircraft attacked in position 020 FF 20.No 1 Boiler hit. Ship stopped”

La nave pachistana, ora avvolta nel fumo proveniente dalla sala macchine, venne raggiunta alle 22.49 da un secondo missile che le diede il colpo di grazia. Parti del relitto continuarono a bruciare per ore, mentre i sopravvissuti cercavano di restare a galla.
La flottiglia indiana aumentò la velocità a 28 nodi e continuò l’avanzata. Ora, gli echi radar mostravano grandi navi in entrata o in uscita dal porto: gli indiani lanciarono un altro missile alle 23.00 su un grande mercantile che procedeva oscurato a 16 nodi, poi rivelatosi essere il Venus Challenger, che si disintegrò con un’esplosione terrificante quando la testata dello Styx colpì i depositi di esplosivo diretti in Pachistan. La nave affondò in meno di otto minuti, circa 26 miglia a sud di Karachi, e nel caos che seguì ci volle del tempo per identificarla.

Un secondo incrociatore, lo Shahjahan, venne gravemente danneggiato da un missile: anche qui la successiva propaganda di guerra avrebbe sminuito o esagerato i danni, ma sembra che sia stato addirittura ritirato dal servizio in mare. Poco più tardi, del resto, rispose alla radio di non poter soccorrere né il Khaibar né nessun altro, essendo impegnato a non affondare a sua volta.
La confusione era totale, aumentata dal panico delle grandi navi mercantili i cui comandanti ordinavano manovre azzardate ed imprevedibili dopo ogni nuova detonazione che rischiarava il buio di quella zona di guerra.
In questo caos, la piccola INS Veer trovò e distrusse il cacciamine pachistano Muhafiz accorso dopo l’affondamento del Khaibar: un affondamento particolarmente cruento, che disintegrò istantaneamente la piccola unità lasciando pochi superstiti a dibattersi in acqua, mentre i detriti in fiamme bruciarono per più di settanta minuti.

Le unità attaccanti, ormai in vista del loro bersaglio originale - il porto nemico - si trovavano paradossalmente a corto di missili. Alle 23.20, le unità indiane si sparpagliarono per agire da sole: un’azione che si dimostrò corretta, quando cinque minuti più tardi un aereo sorvolò a bassa quota la Nirghat senza neanche essere rilevato dalle altre plance.
Nonostante un blocco momentaneo delle comunicazioni, un minuto dopo la mezzanotte la Nipat trovò un eco di terra sul radar e, da circa 14 chilometri fuori dal porto di Karachi, lanciò due missili Styx: era la prima volta che missili antinave venivano utilizzati contro obiettivi terrestri.
Il secondo missile malfunzionò, piegando ad ovest ed esplodendo in acqua: invece il primo saettò con letale precisione dal mare e colpì uno dei giganteschi serbatoi petroliferi di Kemari, scatenando l’inferno nel complesso di stoccaggio. Fiamme e carburante incendiato si riversarono per ogni dove, creando, secondo Yadav, il miglior Diwali che si fosse mai visto.

Le unità pachistane, nonostante alcune avarie a bordo (la Veer si era ritrovata per alcuni minuti senza più propulsione, terrorizzando comprensibilmente il proprio equipaggio), raggiunsero tutte il punto di ritrovo e manovrarono alla spicciolata per tornare a Bombay, fermandosi nuovamente a rifornirsi dalla Poshak in attesa.

Il porto di Karachi era stato duramente colpito, ma ci volle un certo tempo perché le autorità pachistane capissero che i responsabili erano venuti dal mare... Nonostante i ripetuti avvertimenti del radar di superficie della stazione di Qasim, presso Manora, che effettivamente aveva tracciato la formazione indiana. Sicuramente, la difesa pachistana era stata distratta dai bombardamenti aerei organizzati in contemporanea dal nemico.
La confusione era tale che solo più tardi si scoprì di aver perso anche il cacciamine Muhafiz, e solo verso le 17.45 del 5 dicembre si recuperarono alcuni naufraghi del Khaibar sulle zattere.
Ma non era finita: l’aviazione, furibonda per i duri colpi subiti, giunse ad identificare come motomissilistica la fregata pachistana PNS Zulfiquar, che paradossalmente era ancorata in rada. Fu colpita da più di 900 proiettili da 0.5 pollici che uccisero molti marinai ed ufficiali.

Venne organizzato un tentativo di ricerca a lungo raggio mediante aerei, ma era ormai tardi.
Le unità indiane erano ormai felicemente rientrate alla base di Bombay, dove i loro ufficiali in comando - specialmente il tenente B.N Kavina, il tenente I.J Sharma, il tenente O.P Mehta, il comandante K.P Gopal Rao e lo Squadron Commander B.B Yadav - vennero accolti come eroi.

 

Il battello subacqueo Hangor in navigazione in superficie.

 

3. Siluri nel buio: l'attacco dell'Hangor
Duramente provata dalle precedenti esperienze, la Marina pachistana doveva assolutamente riscattarsi ripagando gli indiani delle sconfitte subite sul mare. Naturalmente la scelta cadde sui sottomarini, gli unici battelli sufficientemente “invisibili” per assolvere al difficile compito di mietere vittime tra le fila della Marina indiana.
I pachistani, dopo la perdita del vecchio ma robusto PNS Ghazi, dovevano affidarsi ai tre moderni battelli francesi della classe Daphne, acquistati il 25 febbraio 1966 con fondi interamente americani. Il primo, il fortunato PNS Hangor, era stato commissionato il 1° dicembre 1969, il secondo, PNS Shushuk, il 12 gennaio 1970. Il terzo, il PNS Mangro, il 5 agosto 1970.
L’Hangor e lo Shushuk erano giunti a Karachi il 20 dicembre, mentre il Mangro aveva vissuto la singolare vicenda dell’abbandono da parte della quasi totalità dell’equipaggio bengalese (inclusi gli ufficiali ed i tecnici) in seguito alla notizia delle atrocità commesse dal governo pachistano contro il loro popolo. In altre parole, si era sfiorato l’ammutinamento.

I Daphne costruiti a Tolone erano comunque superiori, per armi, sensori e prestazioni, a qualsiasi battello indiano. Se si poteva parlare di unità di punta della Marina pachistana, sicuramente questi sottomarini sarebbero rientrati in tale categoria.

Il PNS Hangor era salpato il 22 novembre 1971 per pattugliare le coste indiane, doppiando il Golfo di Cutch e costeggiando in immersione la penisola del Kathiawar. La sua missione prevedeva innanzitutto il raggiungimento della zona di caccia al largo di Bombay, per rilevare il gemello Mangro che stava per ultimare la sua autonomia.

Gli indiani, sin dalla dichiarazione di guerra pachistana del 3 dicembre, si erano premurati di cercare di intercettare le trasmissioni radio dei sottomarini nemici: questo perché, essendo tali battelli particolarmente silenziosi, denunciavano la loro posizione solo con i segnali radio.
Tra il 7 e l’8 dicembre si captarono così due trasmissioni distinte sulle frequenze usate dai sottomarini, provenienti da un punto sconosciuto a circa 35 miglia a Sudovest del Diu Head, il capo meridionale della penisola del Kathiawar, sul Golfo di Cambai. Vi erano quindi alcune unità subacquee che si erano infiltrate nelle acque indiane, e che ormai potevano trovarsi dappertutto tra le coste del Kathiawar e Bombay.
La notizia venne girata dalla War Room di Nuova Delhi alla Marittime Operations Room di Bombay. Qui ebbe un impatto ancora più forte, poiché era proprio al largo di Diu che le cinque unità indiane, pochi giorni prima, si erano riunite per avanzare sul porto di Karachi. Gli indiani non potevano certo lasciare libero un sottomarino o più, proprio sulla soglia del loro porto più importante del Mare Arabico.

Il 14° Squadrone Fregate era già in mare per lo stesso motivo dal 2 dicembre, raggruppando tre unità (le INS Khukri, Kirpan, Kuthar) oltre a naviglio proveniente dalla Flotta occidentale. Il 4, però, la Kuthar aveva riportato una grave avaria, un’esplosione nella boiler room che aveva costretto la Kirpan a trainarla fortunosamente a Bombay per le riparazioni.
Il mezzogiorno del 5 dicembre 1971, la Khukri aveva scoperto un eco immerso, attaccandolo per poi informare Bombay. Tuttavia, non trovando nient’altro, anche questa fregata era rientrata in porto.

Alle prime ore del 22 novembre 1971, il pachistano Hangor era salpato da Karachi per pattugliare le coste indiane del Kathiawar e dello Saurashtra, al comando di Ahmed Tasnim. Fino al 9 dicembre non rilevarono nessun nemico, decidendo quindi di puntare leggermente più a nord per tracciare meglio alcune sorgenti radio intercettate. Il mare, sopra di loro, era agitato. All’improvviso, il sonar passivo mostrò prima uno poi due contatti a nord-est, al limite estremo del suo raggio di acquisizione: due navi da guerra!, in avvicinamento, ad una distanza tra le 6 e le 8 miglia.
Il comandante Tasnim ordinò l’inseguimento, ma in principio la manovra fallì, poiché la differenza di velocità era troppo netta. Tuttavia il nuovo sottomarino di Tolone aveva ancora una carta da giocare: utilizzando lo snorkel per aumentare la velocità, l’unità anticipò le navi nemiche con una brillante manovra appena sotto il pelo del mare in tempesta. Questo successo fu reso possibile dagli ottimi sensori remoti dell’Hangor, tra i migliori al mondo nella loro epoca, mediante i quali gli ufficiali del battello capirono che le due navi indiane stavano conducendo una classica ricerca ASW, una battuta dal tracciato rettangolare… E prevedibile.

Per le 19.00, il sottomarino pachistano aveva raggiunto la nuova posizione. Dopo pochi istanti di silenzio, il ronzio delle eliche ed il rumore dei motori denunciarono la posizione e la direzione dei due contatti di superficie, praticamente lungo la rotta prevista dai pachistani: dodici nodi, direttamente incontro a loro. Alle 19.15, sull’Hangor venne dato l’allarme per il posto di combattimento.
L’attesa divenne ancora più snervante, mentre sul battello si manteneva il più stretto silenzio. Con la velocità al minimo, l’Hangor mantenne la posizione in profondità finché il suo capitano, Ahmed Tasnim, decise di salire cautamente a quota periscopio per localizzare meglio le navi indiane. Alle 19.30, una rapida “passata” del periscopio non rivelò nulla, nel mare buio ed in tempesta: ma il piccolo ricevitore radar montato sull’antenna scoprì un bersaglio in avvicinamento a soli 9800 metri. Una rapida immersione portò il sottomarino alla quota di 55 metri, mentre i sensori tenevano d’occhio il bersaglio e ne monitoravano eventuali spunti di velocità. Li avevano rilevati? Sarebbe cominciata la caccia con le cariche di profondità che circa sei giorni prima avevano ucciso i loro colleghi del Ghazi? Il comandante Tasnim ritenne più prudente mantenere la quota ed ultimare l’attacco mediante il sonar. Il bersaglio sembrava ancora inconsapevole, continuando la propria rotta senza varianti; una seconda nave, più discosta, avanzava a sua volta.

Alle 19.57, controllato e ricontrollato il rilevamento, l’Hangor lanciò un siluro sul bersaglio più a nord, da una profondità di circa 40 metri. Il siluro, del tipo homing, agganciò la massa della nave ma scapolò oltre, mettendo a rischio il sottomarino: immediatamente, infatti, il bersaglio si accorse del siluro che lo oltrepassava ed aumentò con violenza la velocità. Non solo: dopo pochi secondi, una nutrita salva di mortai ASW piombò vicino all’Hangor, seguita da un’altra, prima che il fuoco cessasse misteriosamente.
Il comandante pachistano, tuttavia, non era rimasto inerte. Appena capì che il siluro li aveva scoperti, aveva ordinato di portarsi sul secondo bersaglio, quello a sud, sparando un altro “pesce” su quel rilevamento generico. Pochi istanti più tardi, una “tremenda esplosione” riempì gli schermi acustici degli addetti sonar di bordo, oltre ad essere percepita da ogni membro dell’equipaggio.
Non era ancora finita. La prima nave indiana tornò all’attacco, obbligando l’Hangor a lanciare un terzo siluro ed a cercare la salvezza in una fuga in profondità, alla massima inclinazione. Dopo pochi minuti, una nuova detonazione, più lontana, fu avvertita mentre il sottomarino piegava verso ovest... E verso la salvezza delle acque profonde.
Nessuno dei tre contendenti impegnati in questo confuso combattimento ne aveva il quadro completo. Gli indiani sapevano di aver sparato su un sicuro rilevamento immerso, i pachistani credevano di aver colpito due navi nemiche. Ma cos’era successo, in realtà?

In realtà, l’equipaggio pachistano aveva saputo sfruttare l’insperata occasione offerta dall’inspiegabile serie di errori commessa dalla Marina indiana, che fino ad allora aveva praticamente dominato la guerra navale. Il primo errore consistette nella scelta del mezzo adatto per fronteggiare la minaccia sottomarina pachistana, che come si è visto era stata accertata nelle acque della penisola del Kathiawar. Bombay aveva infatti deciso di utilizzare il 14° Squadrone Fregate, una formazione dotata di navi piuttosto vecchie, al posto delle nuove unità classe Petya coadiuvate dai nuovi elicotteri Seaking, oppure delle collaudate fregate classe Talwar. Inoltre, era risaputo che il sonar francese dei Daphne aveva una portata quasi doppia rispetto a quello delle fregate Type 14. Tuttavia questi fatti non bastarono ad evitare che alle due unità “superstiti” del 14° Squadrone, dopo l’incidente accorso alla INS Kuthar, fosse ordinato di pattugliare una zona di 55 miglia per 50 a Sudovest del Capo Diu, senza supporto aereo, e con mare forza 4. Partirono l’8 dicembre.

Le due fregate avevano pattugliato la zona lo assegnata alla ricerca di contatti subacquei e stavano ancora conducendo la loro operazione, la sera del 9 dicembre 1971, quando sulla INS Kirpan, che procedeva più a nord, venne sentito il primo siluro che doppiava fortunatamente la nave.
A questo punto, le due navi erano ormai state inquadrate dal loro predatore, avendo commesso un secondo, gravissimo errore: l’aver reso prevedibile il loro schema di ricerca ASW che, non solo aveva reso possibile all’Hangor di sottrarsi, ma addirittura di prevederlo e sfruttarlo per colpire.
Il motivo è semplice: in precedenza, il tenente V. K. Jain aveva lavorato a lungo per incrementare la portata del sonar mod. 170/174 delle Type 14, con l’assistenza della BARC e con l’approvazione dell’ammiraglio indiano Kohli per l’imbarco del nuovo sistema sulla Khukri. Questo aveva causato quindi il terzo, fatale errore, vale a dire la velocità tenuta dalle due navi durante la battuta, soli dodici nodi, che aveva permesso al più lento sottomarino di superarle e di portarsi in posizione vantaggiosa.

La Marina indiana sostiene che anche sulla Khukri si era distinto chiaramente il siluro, ma che nei minuti successivi - mentre l’Hangor si sottraeva abilmente all’assalto della Kirpan - il suo quarantacinquenne capitano Mahendra Nath Mullah non aveva voluto sganciare generatori di rumore per favorire la caccia della Kirpan. I noisemakers, sommati al disturbo creato dal mare in tempesta, avrebbero infatti nascosto del tutto il già debolissimo eco del nemico. Purtroppo, però, era tardi. Pochi istanti prima delle 20.00, il siluro dell’Hangor colpì la Khukri in prossimità dei serbatoi, estendendo la detonazione al vicino magazzino delle munizioni ed uccidendo la nave, che affondò in due minuti. In quel breve lasso di tempo, tuttavia, non ci fu panico. Il capitano Mullah si prodigò nel tentativo di salvare i suoi uomini ancora in vita, ordinando al suo secondo, tenente Joginder Krishen Suri, di mettere in acqua le scialuppe, le zattere gonfiabili ed ogni detrito che potesse galleggiare.
Non solo: il comandante Mullah rifiutò un giubbotto di salvataggio e spinse personalmente in acqua alcuni giovani marinai che, spaventati, si rifiutavano di lasciare il ponte ormai a livello del mare. Gli ultimi che lasciarono la nave riferirono di averlo scorto sulla sua poltrona, in plancia, attorniato dal suo Stato maggiore: anche nei tempi moderni, il capitano affonda nobilmente con la sua nave.

Sulla Khukri persero la vita 176 marinai e 18 ufficiali, mentre si salvarono 67 uomini, di cui 6 graduati. Per il suo comportamento, il capitando Mullah fu decorato con l’onorificenza Maha Vir Chakra, naturalmente postuma, una decorazione equivalente al più famoso Distinguished Service Order britannico. Perfino alcuni suoi ex compagni pachistani degli anni ’40, come l’Ammiraglio H.H. Ahmed ed il capitano Afzal Khan, gli tributarono il più alto onore.

Successivamente, alcuni settori della Marina indiana criticarono il comportamento della Kirpan, che interruppe l’avvicinamento ai naufraghi per aver avvertito agli idrofoni altri rumori provenienti da siluri. Inoltre, i suoi mortai ASW erano andati in panne dopo le prime due salve, che del resto avevano ben inquadrato il sottomarino: una vera fortuna per l’Hangor!
La nave tentò ancora di stanare il sottomarino pachistano, prima di ripiegare e tornare, insieme alla INS Katchal, a soccorrere i superstiti della Khukri.
Da parte pachistana si sostenne per anni che anche la Kirpan era stata danneggiata al timone dal terzo siluro, effettivamente esplosole accanto. Ad ogni modo, subito dopo l’affondamento della fregata scattò una vasta operazione volta a localizzare e distruggere il sottomarino che aveva osato tanto, denominata “Operazione Falcon”: vennero impiegate tutte le navi disponibili, unitamente ai nuovi elicotteri ASW Seaking ed ai triposto francesi Breguet BR.1050 Alizé. Anche l’aeronautica indiana compì numerose ricognizioni sul mare, nel tentativo di scorgere il sottomarino prime che superasse il Tropico del Cancro, mentre alti ufficiali a Nuova Delhi davano per scontato l’affondamento del sottomarino in fuga. In effetti furono rilevati moltissimi contatti immersi e vennero effettuati numerosi bombardamenti con cariche di profondità, almeno due delle quali caddero vicino all’Hangor in fuga. Quest’ultimo, però, si guardò bene dall’affiorare per ricaricare le batterie, pure già pesantemente intaccate dall’azione del 9 dicembre: il comandante Tasnim lo tenne sempre alla massima profondità ed alla minima velocità, nascosto negli abissi del Mare Arabico, per ben 4 giorni. Sarà solo dopo questo periodo di tensione e silenzio che segnaleranno a Karachi il loro successo.

Durante l’Operazione Falcon, un Alizé - tenente comandante Ashok Roy, tenente Sirohi ed aviatore semplice Vijayan - venne colpito ed abbattuto con un AIM9 Sidewinder da un F104 pachistano, il 10 dicembre, di ritorno da un’incursione aerea sulla zona di Okha, la cittadina marittima posta sullo “spigolo” occidentale della penisola del Kathiawar. Paradossalmente, sarà questa l’unica vittoria accertata degli F104 pachistani.
L’operazione di ricerca del sottomarino pachistano venne sospesa, a malincuore, alle ore 19.00 del 13 dicembre 1971, quando le navi indiane erano ormai prossime al raggio d’azione delle basi aeree nemiche.
L’Hangor riemerse a pochissima distanza da Karachi, rientrando nel porto solo il 18 dicembre. Per il suo valore, il capitano Tasnim venne decorato con la medaglia Sitara-I-Jurat, mentre i media internazionali (BBC in testa) ne lodavano il coraggio e l’abilità: il suo battello era il primo, dopo la Seconda Guerra Mondiale, ad aver affondato una nave in battaglia. Se si pensa che solo un altro sottomarino avrebbe osato tanto, fino ad oggi - vittima ne fu l’incrociatore argentino General Belgrano, durante la guerra delle Falkland dell’aprile/giugno 1982 - si comprende come mai questo record abbia posto l’Hangor ed il suo comandante nei libri di storia navale… Nonostante le esagerazioni della propaganda pachistana - che perdurano tutt’oggi! -, secondo le quali addirittura il comandante Tasnim avrebbe coraggiosamente spinto il suo battello così vicino al porto di Bombay da obbligarlo a fingersi un peschereccio d’altura. Esagerazioni fuori luogo, visto che la Marina indiana mantenne ininterrottamente la supremazia navale nel corso della guerra.

Il PNS Hangor aveva dato prova delle eccellenti capacità della classe Daphne, e continuò il suo servizio presso la Marina pachistana. Venne successivamente modificato per l’imbarco dei missili antinave SM39 Exocet. Il Pachistan non ha dimenticato l’eccellenza delle armi francesi, tant’è che pochi anni or sono i suoi cantieri PN hanno avviato, congiuntamente con i Cherbourg Dockyards, la costruzione della nuova classe Khalid, moderni battelli tipo Agosta 90B dotati del sistema AIP francese “MESMA”. Anche l’India non ha voluto rischiare di ritrovarsi, in caso di guerra, con una Marina nuovamente sguarnita di un’efficace componente subacquea: questo Paese ha infatti acquistato ben 10 sottomarini tipo Kilo 877EM dai Sudomekh Dockyards di San Pietroburgo, nonché quattro moderni sottomarini tedeschi tipo 209/1500, costruiti presso i cantieri navali della Howaldtswerke di Kiel ed i Mazagon Docks di Bombay. Sono schierate poi vecchie unità russe tipo Foxtrot 641 e, nel tentativo di realizzare una propria classe di battelli a propulsione nucleare, Nuova Delhi continua ad affittare vecchi SSN da Mosca.

In definitiva, le guerre indo-pachistane (specialmente quella del 1971) hanno debitamente convinto entrambi i contendenti dell’efficacia strategica dell’arma subacquea. Quanto ai superstiti della INS Khukri, non sono stati dimenticati dal loro Paese: né la città di Bombay ha abbandonato gli orfani e le vedove dell’equipaggio della nave, donando loro generosamente un’apposita Casa.

Marco Soggetto
Vice-Direttore

Fonte: http://alfazulu.altervista.org

 

La nave Khukri, su cui persero la vita 194 uomini.

 


 

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