Il carcere di Regina Coeli a Roma.

 

Sulla base dei precedenti non c' è da farsi davvero molte illusioni sulla punizione dei responsabili della sospetta (direi quasi certa) pessima qualità costruttiva di molti degli edifici crollati nel recente terremoto dell'Italia centrale. Infatti, come ha messo bene in evidenza l'inchiesta di Guastella e Pasqualetto pubblicata qualche giorno fa dal Corriere, nei decenni passati - dal Friuli all'Emilia passando per l'Irpinia e il Molise - tutte le numerose azioni giudiziarie conseguenti ai relativi terremoti occorsi in quei luoghi hanno portato a niente altro che ad appena 14 condanne di progettisti, costruttori e responsabili amministrativi, per un totale di pochi mesi effettivi di carcere.

 

 

È un dato che tuttavia non fa notizia. E si capisce perché: esso rimanda infatti a un fenomeno più generale, anche questo quasi scontato. In Italia, in prigione forse anche i benestanti, i professionisti, le persone più o meno importanti e quelle che appartengono a una certa classe sociale ci fanno qualche volta una capatina: ma quanto a restarci ci restano solo i poveracci. Non ingannino a questo riguardo le dure condanne, che pure ci sono, come quella a 10 anni di prigione inflitta pochi giorni fa ai vertici dell' industria farmaceutica Menarini. Le condanne in primo e magari anche in secondo grado ci sono, ripeto: peccato che però non corrispondano a nessuna punizione effettiva, cioè non mandino in prigione nessuno. Novantanove volte su cento, infatti, con il tempo, con gli appelli, i contrappelli e la Cassazione, anche le condanne iniziali vengono poi cancellate.

 

 

Una pasticceria in carcere.

 

Sicché alla fine solo gli extracomunitari, gli infimi spacciatori, gli emarginati a vario titolo, gli appartenenti alle classi povere, popolano le nostre galere. Nei Paesi che ci piacerebbe emulare non è così. In Germania, non molto tempo fa, il ricco e potente presidente del Bayern Monaco, condannato per evasione fiscale a due anni e poco più di prigione, ne varcò i cancelli nel giro di un paio di giorni. Un altro esempio: negli Usa i responsabili dei fallimenti bancari e assicurativi del 2008 sono da tempo dietro le sbarre con condanne pesantissime che, c' è da giurarci, sconteranno in grandissima parte. Il famoso finanziere Madoff, colpevole di aver ingannato e spogliato centinaia di ricchi e avidi gonzi che gli avevano affidato i loro capitali, si è beccato una condanna all'ergastolo.

 

Il carcere Ariola.

 

Tutte cose in Italia impensabili: anche se nessuno sembra farci caso, nessuno solleva il problema. Meno che meno l'ineffabile Consiglio superiore della magistratura, pur così instancabilmente sollecito delle sorti della giustizia. E dire che proprio i magistrati, invece, sarebbero i più titolati a spiegarci il perché della vasta impunità italiana. A spiegarci, ad esempio, perché in mano ad avvocati abili, che però solo le persone agiate possono permettersi, le procedure assurde e i codici malfatti che ci governano consentono, attraverso tutto un sistema di rinvii, di prescrizioni e ricorsi, di vanificare indagini e sentenze. Chi lo sa meglio di loro? A quel che ricordo, invece, solo il presidente dell'Anm, Pier Camillo Davigo, vi ha in varie circostanze dedicato qualche attenzione. Eppure - c' è bisogno di dirlo? - questo doppio standard nell' amministrazione della giustizia ha conseguenze vaste e gravissime. La prima conseguenza è la vanificazione di fatto, prima che del senso della legalità nei cittadini, della legalità effettiva in quanto tale. Una legge che non valga per tutti, infatti, non è più una legge: è un provvedimento arbitrario.

 

Il carcere di Rebibbia.

 

Rispetto poi a chi dovrebbe obbedire, ai cittadini, è difficile immaginare che una qualunque legge sia davvero rispettata se sulla base dell'esperienza si diffonde la convinzione che a qualcuno è consentito non rispettarla senza essere sanzionato. Da ciò la seconda conseguenza: il discredito dell'intera sfera pubblica, a cominciare dalla magistratura per finire con la politica e con il governo: le loro leggi non valgono nulla dal momento che chi sa e soprattutto chi può le viola senz'alcun danno, e dunque anche quei poteri che le emanano e le amministrano non valgono nulla, non meritano alcun rispetto. Anche perché, siano essi di destra o di sinistra, pur sapendo bene come stanno le cose non muovono un dito per cambiarle.

 

 

Il modo d'essere della giustizia è così divenuto la manifestazione forse più importante della placida doppiezza morale che domina la società italiana. La quale quando parla (specie se parla in pubblico) s'inebria dei nobili concetti di solidarietà e di progresso, mostra regolarmente d'ispirarsi ai più alti principi dell'equità e della benevolenza sociale, ma quando invece si muove nella realtà d'ogni giorno, allora si scopre ferocemente classista, assuefatta ai privilegi come poche, spudorata cultrice di una vasta impunità.

 

Fonte: http://m.dagospia.com

 

 

«L'attuale composizione sociale della popolazione carceraria è per molti versi analoga a quella dell'Italia del 1860. Oggi come ieri in carcere a espiare la pena finiscono soprattutto esponenti dei ceti popolari e coloro che occupano i gradini più bassi della piramide sociale, oltre che gli esponenti della criminalità organizzata. La quota di colletti bianchi in espiazione di pena è statisticamente irrilevante». A dirlo il Procuratore generale della Corte d'Appello di Palermo, Roberto Scarpinato, intervenendo nel corso della cerimonia d'inaugurazione dell'anno giudiziario.

Parlando di un «sistema sanzionatorio non equilibrato e quasi binario», Scarpinato ha sottolineato che «su un numero complessivo di 24.744, il numero delle persone in stato di custodia cautelare per reati di corruzione al mese di ottobre del 2013 era di 31 unità». Numeri che, secondo il Pg, «costringono a interrogarci non solo su quanta giustizià è stata amministrata, ma anche su quale giustizià viene amministrata». «La constatata e perdurante impotenza del sistema penale a sanzionare le molteplici declinazioni della criminalità dei colletti bianchi alimenta un clima collettivo di crescente sfiducia sistemica nel rispetto delle regole, con una caduta verticale della credibilità delle istituzioni e con effetti negativi a cascata su tutto il corpo sociale», continua Roberto Scarpinato. Per il pg siamo in presenza di una politica criminale del doppio binario: da un lato la decriminalizzazione dei reati dei colletti bianchi, dall'altro la ipercriminalizzazione di quelli tipici delle fasce popolari disagiate. Ciò, secondo il magistrato, ha determinato, tra l'altro, il sovraffollamento delle carceri sanzionato duramente dalla Corte di Giustizia Ue. Scarpinato inoltre ha denunciato l'assenza di una vera politica di reinserimento sociale dei detenuti.

La crisi economica, ma soprattutto lo sperpero di risorse pubbliche da parte della classe dirigente, «hanno condotto a una rassegnazione fatalistica e al consegnarsi all'economia criminale di sussistenza: in assenza del vero welfare state, molti tornano a bussare alle porte del welfare state mafioso», lancia l'allarme il Procuratore generale della Corte d'appello di Palermo «Da intercettazioni ambientali è stato accertato che file di questuanti vanno a bussare alle porte dei boss, implorandoli di far ottenere loro un qualsiasi impiego per sfamare la famiglia. - ha aggiunto Scarpinato - La disillusione delle attese collettive è imputabile solo in parte a fattori macroeconomici; lo è soprattutto al grave tradimento della fiducia collettiva e alle speranze dell'intero popolo, con classi dirigenti che hanno depredato risorse pubbliche che erano destinate a investimenti e sviluppo».

A Palermo tutti i magistrati sono in pericolo. Giudici e pm. A lanciare l'allarme è il presidente reggente della corte d'appello del capoluogo siciliano, Ivan Marino che, però, va oltre. Anche a costo di scatenare polemiche. E approfitta della platea presente all'inaugurazione dell'anno giudiziario per esprimere la preoccupazione che «l'indubitabile contingente e pericolosissima esposizione a rischio di taluno dei magistrati della requirente, con conseguente adozione di dispositivi di protezione mai visti, finisca per isolare e scoprire sempre più i magistrati della giudicante titolari degli stessi processi». Parole, quelle di Marino, che fanno discutere: più di un pm vede nella contrapposizione tra giudici e pm una forzatura per nulla opportuna. «No comment», dice Nino Di Matteo, pubblica accusa al processo sulla trattativa Stato-mafia, vittima di pesanti minacce mafiose e da tempo super scortato. Lui e gli altri magistrati del pool che indaga sui presunti patti tra Cosa nostra e pezzi delle istituzioni hanno disertato la cerimonia. Motivo ufficiale, per Di Matteo, impegni lavorativi in altra sede. Ma non manca chi vede nell'assenza dei quattro pm, oltre a Di Matteo mancavano l'aggiunto Vittorio Teresi e i sostituti Francesco Del Bene e Roberto Tartaglia, la scelta ben precisa di chi non si sente sostenuto a sufficienza da colleghi e istituzioni. Di pericolo per l'incolumità di chi è in prima fila contro la mafia parla anche il neo-procuratore di Palermo Franco Lo Voi, che invita chi lancia segnali minacciosi a cambiare rotta: «la Procura - dice ribadendo l'unità del suo ufficio - non arretrerà di un millimetro».

Fonte: http://www.piolatorre.it

 

 

 

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