La Francia riconosce una serie di diritti agli acquirenti e dichiara guerra agli sprechi imponendo una legge sugli apparecchi elettronici riparabili.

 

 

Quando si rompono i pezzi dei vari gadget i costi sono talmente esorbitanti ed è così difficile trovare chi sia in grado di farlo, che si preferisce correre a comprarne un nuovo, questo innesca una spirale negativa di aumento esponenziale dei rifiuti elettronici e un consumo enorme di materiali, anche preziosi, e di energia; imporre apparecchi elettronici riparabili per legge potrebbe essere una via da percorrere nel tentativo di limitare questo spreco.

Il tentativo di porre un limite al fenomeno attraverso lo strumento legislativo lo sta facendo la Francia, grazie alla nuova legge Hamon, entrata in vigore il 13 giugno del 2014, sono state introdotte una serie di novità. La garanzia obbligatoria è stata fissata a 2 anni, vietando la presenza di clausole che la limitavano a soli 12 mesi o anche meno.

La legge prevede inoltre che debba essere indicato per quanto tempo saranno disponibili sul mercato i pezzi di ricambio nel caso di guasto. I clienti saranno così informati mediante un documento scritto all’atto dell’acquisto. Tuttavia è stato concesso che non ci siano limiti minimi di tempo, per cui il rischio è che qualche azienda decida di indicare una mancata disponibilità da subito.

Si è stabilito anche di estendere il diritto di recesso per gli acquisti online da 7 a 14 giorni, di limitare i tempi di consegna entro 30 giorni e di garantire i rimborsi in 14 giorni.

Un’altra importante novità riguarda la scomparsa di campi precompilati relativi a servizi accessori che spesso finivano con il far lievitare i costi. D’ora in poi nessuno scherzo in fattura: spetterà solo al cliente decidere se inserire o meno clausole aggiuntive.

Guerra anche all’obsolescenza programmata (il ciclo di vita del prodotto): non si potranno mettere in commercio prodotti con una durata limitata per far aumentare le vendite. Per i trasgressori multe fino a 300.000 euro o 2 anni di carcere.

L’ultima novità riguarda l’introduzione delle azioni di gruppo per consentire ai clienti lesi di poter avviare delle azioni legali tutelati da un’associazione di consumatori. Gli effetti di questa legge entreranno in vigore probabilmente entro il 2016, a due anni di distanza dalla promulgazione, ma nel frattempo altri Paesi si sono mossi sull’esempio della Francia.

In Germania, Brasile e anche negli Stati Uniti i burocrati del potere sono impegnati nel difendere i diritti degli acquirenti mediante decreti simili alla legge Hamon. Ma siamo certi che basterà una legge per fermare lo shopping compulsivo degli smartphone dell’ultima ora, che il mercato continua a suggerire come meta per la felicità personale?

Fonte: http://www.tuttogreen.it

 

 

Dagli smartphone alle stampanti a getto d’inchiostro, dai tablet alle lavatrici: sempre più complessi, sempre più fragili. Così in Francia si discute una legge che prevede fino a due anni di reclusione per chi mette sul mercato prodotti fatti per durare poco.

L’errore più grande è affezionarsi troppo. Non importa quanto sia bello, intelligente, prestante. Il momento di dirsi addio arriverà. Arriverà troppo presto, in modo traumatico e inatteso, senza il tempo di salutare come si deve. Non ci sarà niente da fare per recuperare il rapporto. E la scelta sarà obbligata: sostituirlo con un altro. È la storia, ricorrente, di ogni amore tecnologico. Quello con uno smartphone, un tablet, un televisore, una lavatrice, una stampante e via dicendo. Idilli spezzati da qualcosa che si rompe. Di solito, un connettore, un filtro, la batteria, il display. Colpa del normale ciclo di vita dei dispositivi elettronici? Secondo qualcuno no: c’è qualcosa di più. C’è a monte la volontà dei produttori di farli durare poco: è la teoria della cosiddetta obsolescenza programmata.

Mito o realtà?
Sul tema si discute ormai da tempo, con in prima linea il “guru” della decrescita felice, Serge Latouche . Diciamolo subito: la pistola fumante non è mai stata trovata. Non ci sono prove che i produttori facciano oggetti destinati a lasciarci in fretta. Dall’altro lato c’è l’esperienza di tutti noi, che racconta di aggeggi che passano indenni il periodo di garanzia e molto spesso vivono una sorta di crisi del terzo anno: proprio appena è finita la copertura del produttore – e magari mentre esce una nuova versione – le prestazioni calano, la batteria crolla, inizia a verificarsi qualche guasto. «Negli anni ’30 e con le prime lampadine a incandescenza, ci fu davvero un cartello tra produttori, per limitare la durata a 100 ore. Ma da allora l’obsolescenza programmata non è stata più provata», dice Andrea Bondi, ingegnere e manager dell’area energia di Trento RISE. «Certo, è plausibile che i produttori scelgano materiali e tecnologie non eterne. Per loro è un equilibrio delicato: da una parte la necessità di fare prodotti affidabili, dall’altra il bisogno di stimolare all’acquisto delle nuove versioni».

La proposta: punire i colpevoli.
Il problema esiste e sul tema inizia a muoversi anche la politica. In Italia, a ottobre 2013, fu il parlamentare di Sinistra Ecologia Libertà Luigi Lacquaniti a presentare la prima proposta di legge “per contrastare il fenomeno dell’obsolescenza programmata”. In Francia, proprio in questi giorni, tre deputati ecologisti – Eric Alauzet, Denis Baupin e Cécile Duflot – hanno proposto di punire con pene fino a due anni di reclusione chi metta sul mercato prodotti fatti per durare poco. Ma il guaio resta quello di partenza: almeno per il momento, è impossibile dimostrare che ci sia un intento e un disegno pro-obsolescenza nella progettazione dei nuovi prodotti. Colpa delle superprestazioni e dei processori sempre più micro. Una delle chiavi del problema, forse la principale, è in profondità dentro smartphone, tablet e affini. È nei semiconduttori usati per produrne i circuiti e nell’architettura fisica di questi dispositivi. Continua Bondi: «Viviamo in un mondo in cui la legge di Moore è ancora validissima e ogni 18 mesi. La complessità e la potenza dei microcircuiti raddoppia. L’architettura hardware dei microprocessori attuali è ormai su grandezze di micrometri, millesimi di millimetri. E arriveremo presto ai nanometri, milionesimi di millimetri. Su queste dimensioni e con queste prestazioni, c’è poco da fare: la tecnologia consente e sopporta un certo numero di passaggi di corrente tra i circuiti, che con il tempo diventano soggetti a guasti. Insomma, la tecnologia è spinta a livelli tali che è difficile trovare l’equilibrio tra potenza ed estetica da un lato e durata ed affidabilità dall’altro. Se usassimo le valvole di un tempo, beh avremmo bisogno di un intero quartiere per fare quello che oggi consente uno smartphone».

L’obsolescenza psicologica e i software “self-adaptive”.
La questione ha però un altro versante, più sociale. La scadenza di uno smartphone, di un televisore, di una fotocamera non è solo fisica. È anche legata ai messaggi pubblicitari, alle nuove funzioni, ai modelli sempre più nuovi e desiderabili che escono. È quella che Latouche ha definito e criticato come obsolescenza psicologica. «Ed è qualcosa che succede molto anche a livello software: è l’utente a cambiare via via il suo profilo d’uso di uno strumento tecnologico e ad alzare le aspettative che lo riguardano», spiega Antonia Bertolino, ricercatrice del Cnr all’Istituto di Scienza e Tecnologie dell’Informazione di Pisa. «Nel software – prosegue – l’obsolescenza è legata anche a un secondo fattore: il contesto tecnologico, che cambia sempre più in fretta. Un mondo fatto di protocolli di connettività, interfacce, reti tra strumenti diversi che devono dialogare tra loro. Per questo oggi si discute e si lavora molto sulle tecnologie “self-adaptive”, sistemi dinamici e aperti che siano in grado di adattarsi da soli ai cambiamenti del contesto, capaci di auto-aggiornarsi su più livelli».

Fonte: http://www.lastampa.it

 


 

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