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Le navi da guerra sono progettate per resistere all'impatto di missili e altri tipi di attacchi con materiali resistenti, come l'acciaio rinforzato, per la loro struttura esterna. In alcuni casi, materiali compositi avanzati possono essere utilizzati per offrire protezione aggiuntiva. Sono suddivise in compartimenti stagni per limitare il danno in caso di breccia o esplosione, impedendo all'acqua di allagare l'intera nave. Queste caratteristiche, combinate con molte altre, forniscono alle navi da guerra moderne una resistenza agli attacchi, sebbene nessuna nave possa essere completamente "invulnerabile". Dopo severe lezioni passate, vi è però una certezza: l'alluminio non deve essere più usato nelle navi da guerra perché meno resistente e duraturo dell'acciaio, oltre che vulnerabile alle temperature elevate degli incendi. Inoltre, con un costo maggiore, richiede manutenzione e riparazioni più complesse ed onerose. Le troppe navi militari italiane in alluminio sono definibili dunque "da guerra"? O fanno parte di quella difesa "modellata sul peacekeeping", giustamente ammessa ad inizio anno dal ministro della difesa in carica, Guido Crosetto?

 

 

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